La marcia indietro di Morales. Pachamama non si tocca

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Francesca Gnetti

BOLIVIA. Il presidente boliviano ha annunciato la sospensione della controversa costruzione di un’autostrada lunga 300 chilometri che avrebbe violato la più grande riserva ecologica nazionale.

Gli indigeni boliviani hanno vinto la loro battaglia a difesa della Pachamama, la Madre Terra. Il presidente Evo Morales ha annunciato la sospensione della costruzione di un’autostrada attraverso la più grande riserva ecologica del Paese. Il governo ha fatto retromarcia dopo l’ondata di proteste scatenata dall’irruzione della polizia nell’accampamento allestito da un migliaio di indigeni nella zona di Yucomo, nel Nordest del Paese, e in seguito alle successive dimissioni del ministro della Difesa, Cecilia Chacón, in risposta alle violenze.

Saldo negativo. Il Pianeta ha i conti “in rosso”

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Gianna Pontecorboli

SCENARI. E' il 27 settembre, oggi, l’”Earth Overshoot Day”, il giorno in cui la Terra inizia a vivere al di sopra dei propri mezzi.

Per la maggior parte degli abitanti del pianeta terra, il 27 settembre sarà un giorno come tutti gli altri. E il 28, giovedi, gran parte di loro riprenderà le attività consuete come guidare la macchina, accendere la luce, preparare e consumare una buona colazione e una sostanziosa cena.

Bolivia, così i narcos dettano legge alla politica

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Mario Magarò

REPORTAGE. La coca rappresenta l’icona della cultura andina, un concetto che il governo di Morales ha messo al centro della propria azione. Ma ora la situazione sta sfuggendo di mano.

Con una superficie di poco superiore al milione di Km2, la Bolivia si attesta come il quinto Paese sudamericano per estensione geografica. Una morfologia unica, con i bassopiani tropicali orientali a costituire i due terzi del territorio e le Ande che svettano nella parte occidentale. La flora e la fauna si presentano ricchissime, con migliaia di specie animali, soprattutto uccelli, a popolare le foreste tropicali. Una sorta di paradiso terrestre, che vede la sua sopravvivenza messa in serio pericolo dall’economia emergente del paese: il narcotraffico.

Sorsi di libertà, dal Sudamerica all’Italia dei referendum

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Dina Galano

ACQUA. Un viaggio attraverso i movimenti di difesa dei beni comuni che inizia in Bolivia e Colombia e raggiunge il monte Amiata e le Alpi trentine. Oggi in “La visione dell’acqua”, per Nova Delphi editore.

«L'acqua appartiene alle terre che bagna» insegna la tradizione delle popolazioni andine. Dal Sud America indigeno, attraverso le lotte della Bolivia e il canto del popolo U’wa in Colombia, la discussione sull’"oro blu” arriva fino all’Italia dei referendum del 12 e 13 giugno.

Il “bien vivir” di Morales che rilancia il secondo mandato

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Enrico Campofreda

BOLIVIA. Quelle del 6 dicembre sono state elezioni «tra le più partecipate al mondo». L’analisi di Luciano Vasapollo, docente di Economia applicata alla Sapienza di Roma: «E' in atto una transizione al socialismo, basata sul rispetto degli umili»

Luciano Vasapollo, docente di Economia applicata della facoltà di Filosofia presso la Sapienza di Roma e direttore scientifico del Centro studi di trasformazione economico-sociale, ha partecipato nella veste di osservatore internazionale alle verifiche sulle elezioni boliviane del 6 dicembre scorso che hanno ribadito la fiducia popolare a Evo Morales con un plebiscitario 63 per cento dei suffragi.

Dai Forum di Porto Alegre ai tanti presidenti progressisti

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Pietro Orsatti, Aldo Garzia, Francesca Caprini

MONDO. L’America Latina, con poche eccezioni, è governata da qualche anno da leader di una sinistra rinnovata. Il primo slancio è venuto dal Brasile di Lula, ma ora il fenomeno riguarda Bolivia, Venezuela, Argentina, Paraguay, Ecuador, Nicaragua, Uruguay. La crisi economica mondiale ha favorito la svolta verso l’indipendenza politica e l’autogestione di materie prime, petrolio, gas, terra coltivabile, acqua, rame e uranio. Oggi i Paesi latinoamericani, se uniti, possono fare concorrenza a Europa, Stati Uniti, Cina e India. Ecco perché la destra si riorganizza.

Pietro Orsatti

In sette bloccano il patto

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Simonetta Lombardo da Copenaghen

COPENAGHEN. Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu impediscono all’accordo di ricevere l’egida del’Onu. Nel day after della conclusione del vertice sul clima dominano ancora delusione e timori per il futuro.

Sette paesi, in buona parte piccoli, e tutti poveri (Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu) hanno impedito ieri che il patto contrattato dai leader del mondo “a porte chiuse” diventasse di fatto il trattato di Copenaghen. Quello deciso nella notte di venerdì rimane un accordo politico deciso “in un evento collaterale di altissimo livello”, come ha sintetizzato durante l’assemblea plenaria il delegato russo.

Clima in salsa bolivariana. «I costi non ricadano su di noi»

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Bruno Picozzi

SUMMIT All’ultimo vertice dell’Alba, l’Alleanza del Centro-Sudamerica, i governi hanno messo la lotta contro il global warming al primo posto dell’agenda politica. A Copenaghen presenteranno una strategia comune che non li penalizzi.

Anche l’Alba, Alleanza bolivariana per le Americhe, si è incamminata con decisione sulla strada verso la conferenza di Copenaghen. Durante il settimo vertice tenutosi di recente a Cochabamba, città boliviana dove avvenne la storica battaglia popolare contro la privatizzazione dell’acqua, i nove governi alleati hanno messo la lotta contro i cambiamenti climatici in cima all’agenda politica.

Un continente ancora in lotta per conquistare l’indipendenza

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Bruno Picozzi

AMERICA LATINA
Dalla Bolivia al Venezuela, dall’ Ecuador al Paraguay, la posizione è chiara: rigettare l’ingerenza di Washington. Mentre la Colombia di Álvaro Uribe decide di aprire il suo territorio alle basi militari statunitensi.

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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