La lezione della piazza del 15 ottobre a Roma

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Flavio Lotti

COMMENTI. Fermarsi a condannare la violenza non è sufficiente. In Italia c’è una crisi della democrazia che richiede regole nuove. E un impegno condiviso.

C’è qualcosa di realmente pericoloso nella violenza che sabato scorso si è abbattuta sulla manifestazione di Roma. è l’idea che le cose che non si possano più cambiare, che si possano solo distruggere, che la politica sia la cosa più sporca e inconcludente che esista, che i politici e le forze politiche siano tutti uguali e che, in fondo, anche tutti gli altri siano complici e compromessi.

Più liberi per la qualità della democrazia

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L'APPELLO. Pubblichiamo il testo elaborato all’assemblea che si è tenuta ieri alla Camera dagli operatori dell’informazione no-profit e politica.

La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di RAI-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali.

Via dalla guerra afgana. Ma il ritiro sembra abbandono

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Emanuele Giordana

AFGHANISTAN. Nella città manifesto di un degrado ambientale cui nessuno ha messo mano cresce il timore di una transizione difficile. E chi rischia di più sono i veri difensori della democrazia.

Nella città dolente le cose sembrano ripetersi ormai con una certa indolenza. Come se a Kabul tutti ormai fossero consci che il fattaccio è compiuto. Gli americani se ne vanno – 10mila quest’anno, 23mila l’anno prossimo – e gli europei stanno facendo le valige. “Via dalla pazza guerra” - per citare il libro con cui Alidad Shiri, un ragazzo che ha efficacemente raccontato la sua odissea di fuga dall’Afghanistan all’Italia - è quel che tutti pensano e nessuno dice. Dopo di che venga pure il diluvio.

Tutte le guerre della rabbia e dell’orgoglio

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Emanuele Giordana

SECIALE 11/9. Prima le montagne dell’Hindukush. Poi il Paese dei due fiumi. Centotrentamila morti per combattere il terrorismo ed esportare la democrazia. Un bilancio amaro dieci anni dopo.

All’inizio fu l’Afghanistan. Le schermaglie con bin Laden erano ben precedenti e Washington aveva reagito bombardando Karthum e la frontiera afgano pachistana. Ma è l’11 settembre a dare il via all’operazione militare Enduring Freedom e alla guerra condotta da una “coalizione di volenterosi” tra cui l’Italia. Qualcuno – pochi, pochissimi – aveva messo in guardia. Non solo per motivi ideologici ma ricordando a militari e politici le lezioni della Storia: un posto maledetto, senza una pianta ma zeppo di anfratti.

La declinazione sbagliata del termine libertà

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Attilio Scarpellini (Inserto domenicale)

SPECIALE 11/9. Gli anni modulati dal grido della rabbia e dell’orgoglio non sono stati quelli del riscatto per i tremila morti ma quelli di un’ emorragia di umanità. Anni in cui la parola democrazia è stata usata per dare un nome a operazioni militari.

Prima dell’11 settembre del 2001, la teoria prevalente in Occidente – in quello che una volta veniva definito “mondo libero” – era che la storia, nella versione antagonistica conosciuta nel Novecento, si avviasse alla fine grazie al trionfo del mercato globale, della democrazia market oriented e dell’individualismo la cui diffusione su tutto il pianeta a grande velocità, avrebbe sbaragliato qua e là le ultime sacche di resistenza. La guerra era una questione di polizia internazionale o si riciclava come intervento umanitario.

«Sulla giustizia la gente tornerà a mobilitarsi»

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Dina Galano

INTERVISTA. A colloquio con il leader dei Radicali, Marco Pannella, che ragiona sulla democrazia di un Paese le cui prigioni sono invivibili.

Aveva già prolungato lo sciopero della fame a 90 giorni, sospendendolo soltanto dopo le parole di comprensione venute dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a fine luglio. Oggi Marco Pannella guida un’altra mobilitazione non violenta, che ha raggiunto la quota delle mille adesioni. Un’astensione da acqua e cibo di 24 ore che lui stesso definisce «straordinaria» e che, alla vigilia di Ferragosto, punta a richiamare nuovamente l’attenzione sulle disumane condizioni di vita nei penitenziari italiani.

Cile, scontri tra “indignados” e polizia. Più di 800 i fermati

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Marco De Vidi

PROTESTA. In molte città del Paese studenti e insegnanti scendono in piazza da mesi per chiedere al premier Piñera una riforma del sistema dell’istruzione in senso più egualitario e democratico.

La mobilitazione studentesca in Cile ha assunto nelle ultime ore sempre più le sembianze della guerriglia urbana. In varie città ci sono stati violenti scontri tra i manifestanti e le forze di polizia, e nella notte tra giovedì e venerdì si sono registrati 874 arresti in tutto il Paese, con il ferimento di 90 agenti. Gli studenti cileni protestano da mesi per ottenere maggiori finanziamenti alla scuola pubblica, oltre che una riforma complessiva del sistema dell’istruzione.

A Genova ancora per dire: avevamo ragione

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Gianfranco Bettin

L'ANALISI. Il movimento aveva intuito i temi del nostro tempo: il clima, l’ambiente, la povertà, le migrazioni, le risorse, l’energia, le diseguaglianze, i beni comuni, la democrazia e la libertà.

Chi era a Genova in quei giorni straordinari e tragici di dieci anni fa, chi comunque li ha seguiti con speranza, trepidazione e rabbia, si porterà sempre “Genova dentro” (come recita il titolo di un libro bello e non ovvio, molto personale e molto politico, di Luca Casarini, appena edito da Editori Riuniti Internazionali). Il tempo trascorso da allora ha però anche mostrato come, in realtà, fosse proprio quella Genova a portarsi “dentro” gli anni che sarebbero seguiti.

La sfida di Rubalcaba, nuovo leader del Psoe

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Aldo Garzia (Inserto domenicale)

MONDO. In Spagna è iniziata la campagna elettorale. Il candidato socialista, che parte sfavorito, ha tenuto il suo primo discorso programmatico che ha ruotato su occupazione, green economy, welfare e qualità della democrazia. Lo ha chiuso con una frase a effetto: «Se non vivi come pensi, finisci per pensare come vivi».

Alfredo Pérez Rubalcaba è da dieci giorni il candidato ufficiale del Partito socialista spagnolo (Psoe) per le elezioni politiche del marzo 2012. L’8 luglio si è dimesso dagli incarichi di ministro dell’Interno e di vicepresidente del Consiglio per impostare una campagna elettorale che per i socialisti assomiglia alla scalata dei Pirenei a bordo di una bicicletta. I sondaggi continuano infatti a dare Mariano Rajoy, candidato premier del Pp (Partito popolare), in testa di ben 10 punti su Rubalcaba.

La rottura storica del 25 luglio 1943

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Franco Astengo (Inserto domenicale)

MEMORIA. In quella data il Gran consiglio del fascismo mette in minoranza Mussolini. Non fu congiura ma un vero colpo di Stato che consentì la ricostruzione dei partiti destinati a diventare l’asse della rinascita della vita democratica. Ma oggi quei partiti non ci sono più ed è in crisi pure il populismo.

Tra pochi giorni ricorrerà il sessantottesimo anniversario della caduta del fascismo. Nella notte tra il 25 ed il 26 luglio 1943, infatti, il Gran consiglio del Fascismo votò un ordine del giorno contrario a Mussolini. L’occasione però può essere colta per un salutare esercizio della memoria. Quei fatti del 25 luglio 1943 non possono essere semplicisticamente ricordati attraverso quella che generalmente viene ricordata come “una congiura di palazzo”.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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