Tutti gli interrogativi sul futuro della Libia

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Gianna Pontecorboli

ANALISI. La Nato annuncia a fine ottobre il termine della missione nel Mediterraneo e Obama conferma che entro il 2011 lascerà l’Iraq. Ma il domani, a Tripoli e a Bagdad, resta pieno di incognite.

Giovedì mattina, le immagini di Gheddafi sanguinante hanno lasciato l’America e il Palazzo di Vetro dell’Onu sollevati, e insieme  inorriditi e perplessi. E venerdì, la Nato ha annunciato in via preliminare che la missione in Libia terminerà alla fine di ottobre. Poche ore dopo il presidente Obama annunciava il ritiro completo delle truppe americane da Bagdad.

«Proclamiamo la liberazione». Oggi Tripoli cambia pagina

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Susan Dabbous

LIBIA. Il Consiglio nazionale di transizione si prepara al dopo raìs. Sulla sua morte la moglie chiede l’apertura di un’inchiesta Onu. La Nato si prepara alla chiusura della missione militare.

La quiete dopo i festeggiamenti. Tripoli si è svegliata in un surreale silenzio nel primo venerdì senza il Colonnello Muammar Gheddafi da 42 anni, mentre dal resto Paese iniziavano a confluire i ribelli verso la capitale venuti a rivendicare gli onori che gli spettano come eroi nazionali.

La Nato, i radar e le intrusioni. Nei fatti le prove dei depistaggi

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Vincenzo Mulè

USTICA. A determinare la caduta del Dc9 dell’Itavia non fu una esplosione interna. E' una delle due certezze espresse dalla sentenza di Palermo. L’altra è che lo Stato sviò le indagini.

È fissata per martedì prossimo, 21 settembre, la pubblicazione delle motivazioni della sentenza con il quale il tribunale di Palermo la scorsa settimana ha condannato lo Stato, nel dettaglio i ministeri della Difesa e dei Trasporti, a risarcire i parenti delle vittime della strage di Ustica. Un testo che era già nelle mani del sottosegretario Giovanardi lo scorso 13 settembre. Una settimana prima dei diretti interessati. Perchè? Una sentenza che esprime due certezze: la prima è che ad abbattere il Dc9 dell’Itavia non fu una bomba.

Ore di battaglia a Kabul. Sotto tiro la Zona verde

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Emanuele Giordana

AFGHANISTAN. Un attacco senza precedenti dei talebani nella capitale afgana prende di mira la cittadella fortificata sede della diplomazia e della Nato. Obiettivo il cervellodell’occupazione.

Hanno aspettato che finisse il Ramadan. Aspettato che passasse l’11 settembre. E anche il 12. Poi, passata l’ora di pranzo del 13 (orario inusitato per questo genere di attacchi), a due giorni dall’anniversario delle Torri gemelle, i talebani hanno attaccato il cuore di Kabul.

Bombe su Sirte. Per la Francia è il rifugio del raìs

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Susan Dabbous

LIBIA. Prosegue la caccia a Gheddafi. Secondo Parigi, sarebbe stato visto nella città natale dove l’alleanza atlantica ha colpito il suo bunker.

Così come Saddam Hussein fu trovato in Iraq a Tikrit nel 2003, oggi i ribelli contano di stanare anche il dittatore libico Muammar Gheddafi nella terra natale: Sirte. Sulla città, che si trova lungo la costa a circa 450 chilometri a est di Tripoli, ieri non solo sono stati effettuati nuovi raid Nato, ma i militari francesi e britannici hanno lavorato direttamente sul campo per aiutare gli insorti.

Liberati i giornalisti. Stretta la morsa sul raìs

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Susan Dabbous

LIBIA. Dopo un blitz tornano liberi i quattro cronisti italiani. Secondo i ribelli sarebbero 20mila i morti dall’inizio del conflitto, mentre a Tripoli si continua a combattere e il Colonello chiama al Jihad.

Sono liberi e stanno bene i quattro giornalisti italiani rapiti mercoledì scorso vicino alla piazza Verde a Tripoli. Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico de La Stampa e Claudio Monici di Avvenire erano stati rapinati, picchiati e sequestrati da un gruppo forse di «pro Gheddafi», che ha ucciso il loro autista. A liberarli «è stato un altro gruppo di lealisti», ha detto Monici «probabilmente erano dei miliziani».

I ribelli nel bunker. Ma Gheddafi non c’è

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Viola Cremaschi

LIBIA. Dopo intensi bombardamenti della Nato sulla residenza di Bab al Azizya, gli insorti espugnano la roccaforte del raìs. Il Colonnello però non si trova, probabilmente è già fuggito.

«La nostra missione non è ancora conclusa». Con queste parole il portavoce Nato per l’operazione in Libia, il colonnello Roland Lavoie, raffredda gli entusiasmi mentre esclude, ancora una volta, l’ipotesi di invio di truppe via terra. E neanche la notizia dell’assalto al bunker di Muammar Gheddafi nella residenza di Bab al Azizya concede all’Alleanza atlantica il privilegio di cantar vittoria.

E' la Nato il gendarme del mondo?

NATO.
Emanuele Giordana

CONFLITTI. Qualcuno, fautore dell'intervento armato come strumento negoziale, gonfierà il petto dopo i fallimenti di Iraq e Afghanistan. Ma non può essere l'Alleanza atlantica la polizia del pianeta.

La fine del regime di un dittatore è sempre una buona notizia. Una buona notizia per l’opposizione libica, di cui in realtà sappiamo abbastanza poco e che non sappiamo bene chi rappresenta, e una buona notizia soprattutto per i cittadini della Libia, che di Gheddafi non ne potevano più, avendone sofferto i soprusi e, in molti casi, la violenza, la tortura, il carcere.

Tripoli conquistata. Ultimo atto per Gheddafi

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Alice Morrosini

LIBIA. I ribelli nelle vie della capitale fino al bunker di Bab al-Aziziya. Il capo del Cnt, Jalil: «Relazioni speciali con i governi che ci hanno sostenuto». Per il Pentagono il raìs è ancora in città. Si combatte in tutto il Paese, sul confine con la Tunisia, a Sirte, a Misurata per vincere le poche sacche di resistenza.

A Tripoli si combatte da domenica. I ribelli brandiscono armi, suonano clacson, conquistano ora dopo ora interi quartieri. La battaglia sembra meno dura del previsto, con qualche cecchino proGheddafi rimasto appostato in alto a sparare sulla folla. La piazza Verde, simbolo della dittatura del raìs, è da due giorni nelle mani dei cittadini libici in festa che hanno deciso di mutarle il nome nella nuova Piazza dei martiri. Ma anche l’aeroporto e la sede della radio-tv di Stato da cui spesso si è alzata la voce del Colonnello, sono occupate dai ribelli.

La sentenza di Cagliari: Melis ucciso dallo Stato

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Marco De Vidi

URANIO IMPOVERITO. Il ministero della Difesa è stato condannato a risarcire 584mila euro alla famiglia del caporale morto nel 2004. Aveva fatto parte del contingente Nato in missione nei Balcani.

Ucciso da un linfoma a 27 anni per colpa dello Stato che rappresentava durante la missione Nato in Kosovo. La sentenza del Tribunale di Cagliari non lascia spazio a dubbi di sorta: Valery Melis, caporalmaggiore di Quartu Sant’Elena in provincia di Cagliari, contaminato dall’uranio impoverito utilizzato nei Balcani a fine anni Novanta, colpito dal linfoma di Hodkin e deceduto nel 2004 dopo una lunga agonia, è morto a causa della negligenza del ministero della Difesa.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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