In 200mila rischiano il posto per la crisi

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Nello Trocchia

LAVORO. All’Omsa di Faenza, 242 operaie in cassa integrazione. A marzo l’impianto chiude e ora la vertenza si allarga agli altri stabilimenti Golden Lady. La produzione, intanto, vola dritta in Serbia.

Ad un passo dal baratro e il baratro significa la chiusura. La geografia della crisi industriale italiana si allarga così come si riduce lo spazio di agibilità delle rivendicazioni e attenzione della pubblica opinione. Intanto, dal governo, con l’approvazione della manovra, si «cancella lo statuto dei lavoratori», come ha denunciato a Terra il sociologo del lavoro Luciano Gallino. La crisi diventa anche il pretesto per spostare all’estero la manodopera e delocalizzare.

Arrestata in Serbia l’ultima primula rossa dei Balcani

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Emanuele Giordana

EX JUGOSLAVIA. Dopo la cattura di Mladic quella del boia di Vukovar Goran Hadzic rende più facile l’ingresso di Belgrado nell’Unione europea. Il super ricercato era latitante dal 2004.

Quando si può scrivere l’ultimo atto di una guerra? Quando si può decretarne la fine, se non nelle coscienze, almeno nelle carte che attestano, oltre gli accordi e i negoziati di pace, che, in qualche modo, giustizia è fatta contro coloro che quella guerra vollero e a cui aggiunsero drammi e atrocità ben oltre la nefandezza che già in sé ogni conflitto contiene? Se l’arresto ieri mattina di Goran Hadzic sia l’ultimo atto della guerra Balcanica è presto per dirlo.

Preso il macellaio Mladic. A Srebrenica 8mila morti

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Emanuele Giordana

EX-JUGOSLAVIA. Insieme a Milosevic e Karadzic fu protagonista di una stagione di massacri. A pagarne il prezzo più alto furono i musulmani di Bosnia, vittime del delirio della Grande Serbia.

Belgrado è una bella città dove vivere. La sera ci si può allungare sul fiume dove una pletora di ristoranti allegri consente di ammirare gli ampi giardini che costeggiano parte della Sava o del Danubio: le coppie di giovani amanti o gli anziani con bambini che osservano le chiatte e si incamminano verso il Luna Park. Anche il generale Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, non aveva difficoltà a venire da queste parti pur se apprezzava ristoranti della capitale serba assai più lussuosi e ben frequentati.

Quel cielo opaco sopra Belgrado

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Sara Argentesi foto di Naida Caira (Inserto domenicale)

MONDO. Viaggio nella capitale dell’ex Jugoslavia, oggi capitale della Repubblica serba. Dai segni della Bella epoque a quelli del comunismo eretico del maresciallo Tito, dagli inattesi murales al quartiere più bohemien della città. I bombardamenti di fine anni Novanta sembrano lontani.

Oggi il sole ha di nuovo riscaldato Belgrado perché nessun altro ha voluto farlo. Chi ha avuto la fortuna di nascere qui, stamattina può ritenere di aver già fatto abbastanza nella propria vita. Ogni ulteriore pretesa sarebbe un eccesso di ambizione...». Così Dusko Radovic iniziava il quotidiano racconto nell’emblematicamente ironico programma radiofonico Good morning Beograd.

La Serbia dieci anni dopo cerca il via libera di Bruxelles

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Paolo Bergamaschi

REPORTAGE. In viaggio con la delegazione del Parlamento europeo. A Belgrado l’anniversario della caduta di Milosevic viene utilizzato per lanciare un messaggio all’Unione europea: il Paese è pronto per l’integrazione.

La guerra è finita. La guerra vissuta, temuta, perduta, subita è finita undici anni fa. I ponti sul Danubio e la Sava sono stati ricostruiti permettendo alle imbarcazioni di riprendere il lento corso della corrente mentre le macerie dei bombardamenti chirurgici sono state rimosse e le cicatrici sostituite da nuove imprese di architettura moderna.

In attesa dell’Europa

Cecilia Tosi

IL QUADRO. Dilaniata dalla crisi economica e dalla disoccupazione la Serbia vuole entrare quanto prima nella Ue, anche a costo di negoziare con Usa e Kosovo. Scelte che infiammano l’estrema destra ultranazionalista.

Allo stadio e al Gay Pride, le violenze degli ultrà serbi sono il colpo di coda del nazionalismo balcanico. Con la visita di Hillary Clinton in tre Paesi della ex Jugoslavia, conclusasi ieri a Pristina, si chiude un era di contrapposizione tra Belgrado e Washington e si apre la prospettiva di un negoziato sul Kosovo, l’ultima briciola di territorio a cui rinuncerà l’ormai piccola Serbia.

L’Italia fugge in Serbia

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Testo di Alessandro De Pascale - Foto di Bruno Maran

INDUSTRIA. Nel Paese balcanico sono 200 le nostre imprese con 18mila dipendenti, attirate dagli aiuti del governo serbo. Aziende, banche, assicurazioni e privatizzazioni. Nel 2009 investiti oltre 800 milioni di euro.

Negli ultimi anni sono volate in Serbia circa 200 aziende italiane che hanno un giro d’affari di circa due miliardi di euro e più di 18mila dipendenti. I dati sono del nostro Istituto per il commercio estero (Ice) di Belgrado. «Il numero di aziende italiane che hanno delocalizzato in Serbia negli ultimi anni è quasi triplicato», rileva l’Ice. La Serbia inoltre ha retto bene alla crisi economica internazionale e anche se i parametri macroecomici sono peggiorati, il Paese prevede di uscire dalla recessione già quest’anno.

Il trasloco di Fiat in Serbia

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Alessandro De Pascale

AUTO. A Kragujevac, attorno alla Fiat, sta nascendo la nuova Detroit dei Balcani. Perché nella zona franca di libero scambio grande 75 ettari sta arrivando anche l’indotto. Ma soprattutto la migliore tecnologia in campo.

La produzione in Serbia della nuova monovolume Lo «non toglie prospettive a Mirafiori» e al progetto della «fabbrica Italia», assicura l’ad di Fiat, Sergio Marchionne. A suo dire sarebbe stato impossibile far partire a breve la produzione nel nostro Paese: «Se in Italia non si può contare sul rispetto degli impegni delle controparti, la Fiat sarà obbligata ad andare altrove». Ma in realtà tutto questo il Lingotto lo aveva già pianificato.

Anche Omsa fugge in Serbia

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Giuliano Rosciarelli

INDUSTRIA. A sorpresa, la storica azienda di collant apre un nuovo impianto in Serbia ma chiude in Italia. Come Fiat, Ducati, Benetton, Geox e tante altre. Lavoratori e sindacati lo apprendono dai giornali esteri.

Tutti lo temevano, ma ora la certezza arriva come uno schiaffo in pieno viso: la Golden Lady Company, proprietaria dello stabilimento Omsa di Faenza, ha raggiunto un accordo con il governo di Belgrado per l’apertura di un nuovo impianto (il terzo nella regione). Ai lavoratori e ai sindacati però nessuno lo aveva detto, la notizia infatti è trapelata grazie alla stampa locale serba che ha dato l’annuncio dell’accordo.

A Srebrenica, quindici anni dopo la strage

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Simone Arminio

REPORTAGE Viaggio nel luogo simbolo di un massacro, secondo per numeri solo all’Olocausto. Nel 1995 le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic uccisero in un solo giorno 8372 musulmani

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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