Clima, il rimpianto dell’Ue: a Copenaghen persa un’occasione

Simone D’Antonio

BILANCIO. Connie Hedegaard, commissaria designata al clima dell’Unione europea, ripercorre il vertice in Danimarca: «Qualsiasi cosa avessimo fatto, ci sarebbero stati Paesi che non l’avrebbero accettato». Ma ammette: «Si poteva fare di più».

 

Una yalta climatica

Simonetta Lombardo

IN FONDO. A Copenaghen, a decidere, è stato un ristretto pool di grandi economie che ha imposto una visione parziale e tutta politicista della sfida posta dal cambiamento climatico.

Copenaghen come Yalta? Certo la situazione è meno drammatica e la spartizione è meno netta. Ma a decidere, sul famoso Accordo di Copenaghen, è stato un ristretto pool di grandi economie che ha imposto una visione parziale e tutta politicista della sfida posta dal cambiamento climatico. Nel merito, nel famoso Accordo finale di Copenaghen c’è un po’ tutto e il contrario di tutto.

Il grande Naufragio

Simonetta Lombardo

COP15. Nessun obiettivo di riduzione delle emissioni, nè un accordo vincolante, nè una data in cui lo diventerà.

Non un obiettivo di riduzione delle emissioni, ne a breve né a lungo termine, né nel 2020 né nel lontano 2050. Non la definizione del picco massimo di emissioni in atmosfera entro il 2020 o dopo, non un accordo legalmente vincolante e nemmeno la data in cui lo diventa.

In sette bloccano il patto

day_after_cop15.png
Simonetta Lombardo da Copenaghen

COPENAGHEN. Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu impediscono all’accordo di ricevere l’egida del’Onu. Nel day after della conclusione del vertice sul clima dominano ancora delusione e timori per il futuro.

Sette paesi, in buona parte piccoli, e tutti poveri (Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu) hanno impedito ieri che il patto contrattato dai leader del mondo “a porte chiuse” diventasse di fatto il trattato di Copenaghen. Quello deciso nella notte di venerdì rimane un accordo politico deciso “in un evento collaterale di altissimo livello”, come ha sintetizzato durante l’assemblea plenaria il delegato russo.

Il pessimo clima di Copenaghen. E’ tempo di un tribunale penale internazionale per l’ambiente.

Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace

IDEE. Ora che il vertice danese è terminato, chi controllerà gli Stati? I problemi non si risolvono con generiche dichiarazioni, ma con sanzioni a governi e imprese che distruggono la Terra e danneggiano la vita dei popoli.

Le previsioni del tempo su Copenaghen registrano forti temporali e tempeste, il sole non compare e la temperatura dei movimenti sociali è in aumento, gli animi sono tesi e la repressione contro i manifestanti è all’ordine del giorno e minacciosa.
 

Lo stato delle cose

Luca Bonaccorsi

FATTI. Delusione dal summit di Copenaghen. Accordo al disotto delle aspettative che riflette lo stato delle cose e i rapporti di forza nel mondo oggi.

Qualcuno s’è arrabbiato quando venerdì abbiamo dato ai governanti riuniti a Copenaghen, Obama in particolare, del black block. Sostenendo la tesi, o la provocazione piuttosto, che quelli pericolosi, che stavano “sfasciando” il pianeta erano dietro al cordone della polizia, e non davanti. Il nostro pessimismo però è stato drammaticamente confermato.

Il clima. Con gli interessi

cop15.jpg
Emanuele Bompan

ECO BUSINESS. Dietro al vertice danese ci sono miliardi di dollari da gestire. Fondi per mitigazione e riforestazione su cui bisogna vigilare. Gli Usa sostengono l’idea di un climate fund gestito dalla Banca mondiale, con base a Washington.

Che questo meeting avesse una chiara connotazione economica era chiaro da tempo. Il carosello di cifre proposte dai paesi donatori – Usa su tutti - tuttavia ha fatto dimenticare la questione più importante: come verranno generati e chi gestirà questi fondi? Se i Paesi rispetteranno gli impegni ci saranno ben oltre 100 miliardi di dollari fino al 2020 di fondi da gestire per progetti di mitigazione e riforestazione e ben 100 miliardi all’anno del fondo comune per la lotta contro i cambiamenti climatici fino al 2050.

Patto per l’ambiente in bilico Le trattative ai “supplementari”

Simonetta Lombardo da Copenaghen

COPENAGHEN. In serata ancora regna la confusione. Il segretario dell’Onu propone di proseguire i lavori a oltranza. Sul tavolo resta la possibilità di un buon accordo. Obama e il Premier cinese si incontrano nelle ultime ore della giornata.

Venerdì sera, a Copenaghen, lontani ancora mille miglia da un accordo. Sicuramente da un accordo che sia all’altezza della sfida posta dal cambiamento climatico, e forse anche da un accordo qualunque. Nel tardo pomeriggio di ieri, alla terza bozza di trattato, il segretario delle Nazioni Unite avrebbe chiesto ai capi di Stato di rimanere una notte in più, per lasciare ancora uno spazio alla speranza.

Poche idee ma confuse Il ministro Matteoli tra gas serra e polveri sottili

Paolo Hutter

IL CASO. Nei giorni di Copenaghen, la clamorosa gaffe dell’esponente di governo, ex titolare dell’Ambiente.

Nel bel mezzo della Conferenza di Copenaghen, uno dei più importanti ministri di uno dei più importanti paesi del mondo depone come ex titolare dell’Ambiente al processo contro il sindaco di una grande città per la cattiva qualità dell’aria. La tesi del ministro è che il sindaco non è colpevole perché non ha strumenti per risolvere il problema dello smog su scala cittadina. E fin qui ci siamo.

Dalla Prestigiacomo solo parole E il ministero punta sul carbone

Alessandro De Pascale

ENERGIA. Al summit il ministro dell’Ambiente promette che l’Italia «è pronta ad assumere impegni». Ma nelle stesse ore, nei suoi uffici della Capitale, la Commissione Via decide sull’ennesimo progetto per una centrale inquinante in Calabria.

Copenaghen ieri è stata la giornata del nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. «Gli impegni sono ancora troppo generici», ha ammonito il ministro appena è riuscita ad entrare nel Bella Center (all’ingresso del summit è rimasta bloccata in fila per ore, sotto le neve, per il caos organizzativo). Poi ha aggiunto che l’Italia lavorerà per accellerare la trattativa: «Siamo pronti ad assumere impegni ».

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31
OpinioneIl precariato nella tragedia della Concordia
da pietro ancona
 - 15/01/2012 - 12:29