La morte pesa quanto conta lo spettacolo

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Emanuele Giordana

SENTENZA KNOX. Nell’autunno del 2007 moriva, sempre a Perugia, anche un falegname entrato in carcere vivo e uscito morto. Ma tv e giornali si occuparono solo del caso Meredith.

Come spesso accade per i fatti di cronaca, l’opinione pubblica si divide in due: colpevolisti o innocentisti. Prima, durante e dopo la sentenza. Nel caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, la cosa è andata oltre i confini italiani assumendo toni e connotati da disputa internazionale. Gli americani contro la colpevolezza, i britannici a favore (anche se con maggior equilibrio). Gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno e dalle tracce di liquido seminale.

Come guardare tanta tv senza far male al cuore

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Federico Tulli

RICERCHE. In Australia gli esperti calcolano che ogni ora davanti al video toglie 22 minuti di vita. A Taiwan stimano che una camminata veloce di 15 minuti al giorno prolunga di 3 anni l’aspettativa.

Condurre una vita sedentaria, si sa, non è l’ideale per prevenire una vecchiaia piena di acciacchi o, se va male, una precoce dipartita. Dopo una certa età per gli amanti di questo stile, dicono gli esperti, le malattie cardiovascolari sono sempre in agguato. Una “regola” ancor più valida per chi dai 25 anni in poi ha passato troppo tempo immobile davanti alla televisione.

«Verso la svolta autoritaria»

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Valerio Ceva Grimaldi

DENUNCIA. Il conduttore di Presa Diretta Riccardo Iacona è preoccupato: «Si fa sempre più grande la forbice tra quello che si potrebbe raccontare e ciò che si racconta effettivamente. In questo sistema non si vogliono giornalisti autonomi».

«E' certamente molto importante indicare i temi di cui i nostri media si occupano, ma dobbiamo anche chiederci: come se ne parla? La verità è che ci stiamo giocando la capacità di capire ciò che ci succede attorno». Riccardo Iacona, giornalista e conduttore di Presa Diretta su Rai 3, ha ben chiaro il panorama del nostro sistema dell’informazione. Nella stagione appena trascorsa, il suo programma ha portato in prima serata temi come il dramma delle carceri, le energie alternative, l’innovazione tecnologica.

Senza tv il web ha scelto i suoi candidati ideali

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Pierpaolo De Lauro

L'ANALISI. I “morattiquotes” su Twitter, migliaia di fan su facebook e innumerevoli tormentoni. A vincere sono stati i social network che con ironia hanno rinnovato il linguaggio politico.

Il punto di svolta è stata l’accusa di furto lanciata da Letizia Moratti durante il confronto televisivo con Giuliano Pisapia. Quell’attacco, giunto allo scadere del tempo a disposizione, ha segnato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da quell’accusa è partita la vera campagna elettorale, tutta giocata col web e soprattutto realizzata con ironia. Da lì hanno preso il via tormentoni sulle colpe di Pisapia nei “morattiquotes”.

Elezioni, grazie alla Rete soffia un vento di libertà

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Valerio Ceva Grimaldi

INTERVISTA. Il sociologo canadese e guru dei media digitali Derrick de Kerckhove analizza il voto: «Il premier è sempre in tv, ma ha perso. Segno che questo media comincia ad essere meno invasivo».

Esattamente due anni fa, il sociologo e guru dei media digitali Derrick de Kerckhove, nel corso di un forum con la redazione di Terra, lanciò l’allarme: «L’Italia è un Paese a rischio di fascismo elettronico. C’è un controllo permanente dell’informazione, in particolare della televisione».
 

Sgarbi, Vulpio e il fango sulle rinnovabili

Marco Gisotti

Peggio della Moratti a Milano poteva farlo solo Sgarbi su Rai Uno, che martedì con la sua trasmissione Ci tocca anche Sgarbi ha ottenuto, in prima serata, un misero 8,2 per cento di share. Troppo poco anche per i vertici Rai: dal debutto alla chiusura in meno di 24 ore. Tante le ragioni del flop a cominciare da un savianesimo che Sgarbi non può permettersi né per storia personale né per stile, fino agli ospiti fuori luogo e succedanei (Morgan invece di Celentano) di ben altre personalità artistiche che sapientemente hanno invece declinato l’invito del critico d’arte.

Il regolamento della Vigilanza è una beffa

Gianfranco Mascia (blogger Viola)

REFERENDUM. La tv pubblica faccia partire gli spazi informativi sulle consultazioni popolari. La mobilitazione in Rete non si fermerà.

Il regolamento attuativo che la Commissione di Vigilanza Rai ha appena approvato è la foglia di fico per certi dirigenti della televisione pubblica, scagnozzi della maggioranza politica. Un foglia di fico che impedirà di informare correttamente gli italiani sul fatto che il 12 e 13 giugno si voteranno i referendum su Nucleare, Acqua pubblica e Legittimo impedimento. Certo, la Rai non è la Bbc, salvo rare piccole isole felici, tra le quali Rai News 24 e Anno Zero.

Bavaglio sui referendum. Vietato parlarne in tv

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Giorgio Mottola

INFORMAZIONE. Per il concertone dell’1 maggio la Rai ha imposto a tutti gli artisti il silenzio su acqua e nucleare. Oggi Articolo21 presenterà 50mila firme per bloccare l’oscuramento mediatico.

Si celebra la giornata mondiale della libertà di stampa, ma in tv non si può parlare dei referendum su acqua e nucleare. È il paradosso, come al solito, tutto italiano. L’Onu festeggia oggi la libera informazione nel mondo. Ma a poco meno di un mese dalle consultazioni popolari, la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai non ha ancora approvato il regolamento sulla par condicio. Di conseguenza, rimangono bloccati sulle reti del servizio pubblico anche gli spazi minimi di divulgazione, che dovrebbero essere dedicati al voto del 12 e 13 giugno.

Quando i bravi ragazzi conquistano i reality

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Aldo Garzia

TELEVISIONE. “Grande fratello” e “Isola dei famosi”: vincono due outsider dalle buone maniere e scevri di volgarità. È il segnale che qualcosa sta finalmente cambiando nel gusto del pubblico che li vota a colpi di telefonate? Ma potrebbe anche essere che la realtà è diventata peggio dei protagonisti della tv.

A volte il mutare dei gusti televisivi degli italiani indica che qualcosa di più profondo si sta modificando negli stili di vita e nelle sensibilità dei nostri connazionali. Come ci  ha insegnato Umberto Eco con il suo famoso saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno (Diario minimo, Bompiani, 1963), guai a sottovalutare nel bene e nel male quello che si macina nei programmi televisivi, ottenendo audience e producendo consenso. Ecco perché due episodi accaduti in altrettanti reality meritano qualche considerazione.
 

Se i Casalesi diventano eroi

Simone Scarpati* (Terra Napoli)

FICTION IN TV. Dopo la fiction “Il capo dei capi” approderà sulle reti Mediaset la mini-serie in otto puntate prodotta da Pietro Valsecchi che narrerà la storia del clan dei casalesi. Fin qui nessun problema. Ma le considerazioni da fare a riguardo sono diverse.

Dopo la fiction “Il capo dei capi” approderà sulle reti Mediaset la mini-serie in otto puntate prodotta da Pietro Valsecchi che narrerà la storia del clan dei casalesi. Fin qui nessun problema. Ma le considerazioni da fare a riguardo sono diverse.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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