Così l’Occidente arma Yemen e Siria

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Dina Galano

RAPPORTO. Munizioni, fucili ed equipaggiamenti venduti da Russia, Usa e Europa ai regimi arabi e mediorientali. La denuncia di Amnesty.

Piazza Tahrir, Egitto, 25 gennaio 2011. Bahrain, 14 febbraio 2011. Tripoli, Libia, 17 febbraio 2011. Eppoi Yemen e Siria, dove la primavera araba non può vantare nemmeno una precisa data d’inizio. La rivolta delle popolazioni arabe e mediorientali e la repressione violenta che ne è seguita sono state poste al centro di un’indagine che Amnesty international ha condotto sul commercio di armi verso questi cinque Stati campione.

Ucciso il Bin Laden del web gli Usa colpiscono al Awlaki

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Andrea Pira

TERRORISMO. Il convoglio del predicatore 39enne è stato intercettato da un drone americano in Yemen. Ora il contestato regime di Sana’a rivendica il valore della sua alleanza con Washington.

In un bombardamento condotto da un drone statunitense nella regione desertica orientale dello Yemen è morto l’islamista Anwar al-Awlaki. Nella lista dei super-ricercati dall’intelligence statunitense, Awlaki era secondo soltanto al nuovo leader di ‘al Qaida’, Ayman al Zawahiri. A differenza del medico egiziano tuttavia, l’imam radicale con la cittadinanza statunitense-e yemenita era considerato l’uomo del futuro per la rete terroristica e l’unico in grado di succedere per carisma a Osama Bin Laden.

Il ritorno del diavolo. Saleh sbarca a Sana’a

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Sonia Grieco

ARABIA INFELIX. Dopo oltre tre mesi di degenza in un ospedale saudita il presidente yemenita rientra a casa. Ed è subito protesta.

«Il diavolo è tornato». Così la giornalista yemenita Nafrah Nasser ha commentato sul suo blog (per la Cnn, tra i 10 più letti in Medio Oriente) l’inaspettato ritorno, ieri a Sana’a, di Ali Abdullah Saleh dopo oltre tre mesi di cure in Arabia Saudita per le ustioni riportate nell’attacco del 3 giugno al Palazzo presidenziale.

Yemen senza via d’uscita. A Sana’a è guerra nelle strade

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Lettera22

ARABIA INFELIX. Per il quinto giorno consecutivo si è combattuto nelle piazze della capitale. Almeno novanta le vittime. E l’accordo per risolvere la crisi continua a restare lettera morta.

Dallo scenario siriano, lo Yemen sta rapidamente precipitando verso quello libico. Ieri per le strade della capitale Sana’a si è consumato il quinto giorno consecutivo di battaglia tra le forze militari rimaste fedeli al presidente Ali Abdullah Saleh – al potere da 33 anni – e quelle legate ai movimenti di opposizione, guidate dal generale Ali Mohsen al-Ahmar, comandante della Prima brigata.

Il silenzio dei regimi sulla fine del Colonnello

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Susan Dabbous

LE REAZIONI. Gli attivisti libici inneggiano slogan contro il presidente yemenita Saleh e quello siriano Assad, che minaccia: «Con un intervento militare esterno salta la pace nei Paesi confinanti».

Con il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) da parte dell’Egitto, sale a 32 il numero dei Paesi che considerano l’organismo politico guidato dai ribelli la legittima autorità di governo della Libia. Va specificato però che nel gruppo sono pochissimi i Paesi arabi ad aver legittimato gli anti Gheddafi, oltre al Cairo si contano solo Tunisia, Qatar, Giordania e Emirati Arabi Uniti.

Le stragi dimenticate

Annalena Di Giovanni

RIVOLTE. In Yemen, Saleh ha i giorni contati. In Bahrein, la repressione sanguinosa continua senza che Usa o Onu prendano posizione. In Siria, la città di Daraa è assediata dalla polizia.

Potrebbe andarsene davvero. Ali Abdullah Saleh, presidente dello Yemen riunificato da trent’anni, lunedì notte avrebbe annunciato di voler lasciare il potere a dicembre. La defezione in massa degli ufficiali dell’esercito avvenuta negli ultimi giorni ha colpito duramente il vecchio Saleh, che rischia di avere le mani legate contro le proteste ma soprattutto ha perso ogni legittimità con la dipartita delle “sue” forze armate.

Rivolte d’Arabia, cresce il sostegno anti-saudita

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Diego Carmignani

CRISI. Nello Yemen salgono a 72 le vittime della repressione. Continuano le manifestazioni sciite anche in Bahrein, Iraq e Iran. A Baghdad, Parlamento chiuso per protestare contro l’uso della forza

Non si placa l’escaltion di paura e morte che sta travolgendo il mondo arabo. Nella giornata di venerdì si era parlato di 41 morti lasciati sul campo dai miliziani infiltrati nella folla e dai cecchini appostati sui tetti di Sana’a. Un bilancio provvisorio che tocca il numero di 52 vittime certe, ma che, secondo le ultime notizie, sarebbe di 72, con un totale di 400 feriti.

Libia:Rais via senza processo. L’ultimatum dei ribelli

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Annalena Di Giovanni

Mentre la comunità internazionale non trova consenso unanime per imporre una no-fly zone, i rivoluzionari offrono a Gheddafi la possibilità di fuggire in esilio evitando i giudici

Tre giorni di tempo per andarsene, o rischiare il tutto per tutto. Le trattative proseguite sottobanco in questi giorni rimbalzando fra il venenzuelano Chavez, la tenda del Colonnello Gheddafi e il governo provvisorio di Benghazi – gli insorti della “Coalizione del 17 febbraio” – sono finalmente emerse ieri quando la stessa opposizione ha deciso di avanzare una proposta di armistizio al Colonnello.

Bombe in Libia, morte in Yemen, gioia in Egitto

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Annalena Di Giovanni

RIVOLUZIONI. Piccoli scontri a Tripoli mentre prosegue la battaglia per gli arsenali. Folle in piazza pure in Iraq: cittadini esasperati dalle disuguaglianze chiedono la testa di Al Maliki.

Sono scesi almeno in mille ieri a Tripoli, urlando «Gheddafi è nemico di Dio», per protestare contro il regime del Colonnello Muammar. Nonostante gli spari sentiti nel distretto di Tajoura, i corrispondenti di al Jazeera da Tripoli hanno confermato che gli scontri si sono limitati a cinque lanci di lacrimogeni e qualche copertone bruciato, decisamente niente a che vedere con la violenta repressione delle scorse settimane. Ma la vera battaglia ormai, fra Gheddafi e insorti, è lontana dalle strade e dalle proteste e si combatte con le armi.
 

Non si ferma il fronte della rivoluzione nei Paesi arabi

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Annalena Di Giovanni

RIVOLTE. "Giorno della Rabbia” oggi per Yemen e Libia. Dopo le preghiere potrebbero tornare le proteste. Sarà anche il giorno dei funerali delle vittime in Bahrain. E quello della vittoria al Cairo.

Non ha ancora un nome la ragazzina il cui corpo è stato scoperto ieri nell’obitorio di Salmaniya, in Bahrain. Dormiva con gli altri, all’alba di ieri, a Lulu, la rotonda delle Perle di Manama. Dormiva con altre migliaia di attivisti perché il Governo, dopo le scuse ufficiali del Re Issa al Khalifa per i giorni precedenti, aveva fatto credere a tutti che Lulu era già una nuova Tahrir. E invece - proprio come nella piazza del Cairo esattamente due settimane prima - l’attacco è arrivato al termine della notte, mentre tutti dormivano.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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