Il buonsenso sotto le ceneri

Rossella Anitori
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INCHIESTA
— Il comitato dei cittadini porta alla luce gravi scorrettezze, la Asl è contraria al progetto ma la Conferenza dei servizi dice sì al gassificatore di Albano. —

Il parere della Asl locale è negativo. Il gassificatore che il Co.e.ma, la società partecipata da Manlio Cerroni - monopolista della gestione rifiuti nel Lazio - Ama e Acea, vuole costruire ad Albano, nel cuore dei Castelli romani, non si può fare. Eppure la Conferenza dei servizi, istituto giuridico deputato alla valutazione finale ha approvato il progetto.

«Recenti studi tossicologici, di igiene industriale e di medicina del lavoro - si legge nella relazione conclusiva inviata dall’azienda sanitaria locale alla Conferenza - hanno messo in luce come proprio questa tipologia di impianti sia coinvolta nell’emissione di nanoparticelle il cui significato e contributo in termini di danno alla salute è oggetto di forti preoccupazioni». Si tratta, precisa il documento «di particelle ultraini mai considerate in precedenza e nei rilievi delle emissioni».

Secondo la Asl meglio adottare il principio di precauzione. «E poiché la revisione di 46 autorevoli studi concorda sull’incremento significativo di patologie oncologiche nelle persone residenti in prossimità di inceneritori, questo Dipartimento non può esprimere un parere favorevole in relazione all’impianto in questione».È il terzo e ultimo “no” che l’Azienda sanitaria esprime rispetto al progetto.

Le preoccupazioni maggiori sono di carattere medico, ma non sono le sole. La Asl locale, infatti, aveva messo in luce da tempo la mancata compatibilità ambientale dell’impianto con il territorio di Albano. «Un gassificatore, per funzionare, ha bisogno di molta acqua - aveva evidenziato il direttore del dipartimento Prevenzione Agostino Messineo - e tale quantità o anche poco più che una limitata frazione di essa sarebbe incompatibile con il mantenimento di una condizione igienica adeguata al territorio».

La relazione inviata dalla Asl alla Regione sottolinea come «l’area è affetta da gravissime carenze idriche, tant’è che è stato nominato un commissario per gestire l’emergenza».Per di più, nell’acqua comunemente utilizzata sono presenti sostanze tossiche in percentuale superiore alla norma e sovrasfruttando la falda la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente.

«L’acqua - segue il documento - è oggetto di una deroga regionale in ordine alla presenza di metalli. Ed è evidente che il maggiore utilizzo della risorsa concorrerebbe a un ipotetico peggioramento della presenza percentuale di sostanze nocive».Rischi per la salute dei cittadini e del territorio. Il documento mette in guardia anche sulla «possibile ricaduta di polveri nelle zone urbanizzate» già sottoposte «all’aggressione da inquinanti ambientali di varia tipologia».

Questioni importanti e di non facile soluzione che sembrano far naufragare definitivamente il progetto. Arriva, dunque, come un fulmine a ciel sereno il “sì” della Conferenza dei servizi, che il 20 aprile approva inaspettatamente l’impianto. Il parere della Asl locale, assente ingiustificata alla riunione collegiale, viene a sorpresa scavalcato.

Carlo Perucci, direttore del dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma E - non competente per il territorio di Albano - convocato alla Conferenza dal presidente della Regione Piero Marrazzo, presenta una nuova relazione. Perucci sostiene la causa, così come aveva fatto prima per Malagrotta, poi per Acerra, e le obiezioni sollevate dall’azienda sanitaria locale vengono ritenute “superate”.

«L’incremento di malattie respiratorie nel territorio di Albano - ha dichiarato Perucci - non ha nulla a che vedere con la costruzione di un gassificatore». E per il momento è ovvio dato che non è stato ancora costruito alcun impianto. Ma le critiche che la Asl locale muoveva al gassificatore non riguardavano solo considerazioni di carattere epidemiologico.

Sono tante le ombre che si muovono sul gassificatore di Albano. È passato quasi un mese e ancora non è stata fatta alcuna chiarezza su cosa sia realmente accaduto durante la Conferenza dei servizi. Il dubbio che regna tra i cittadini è che il parere della Asl locale, ago della bilancia nella questione, non sia stato calcolato.

«Chiediamo i verbali della Conferenza - spiega Daniele, dello studio legale del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano -. Vogliamo capire perché il parere negativo della Asl sia stato ignorato e su quali basi sia stato ritenuto superato». L’attività del comitato cittadino, contrario all’impianto sin dall’inizio, ha portato anche il Comune, inizialmente favorevole, a schierarsi contro, tanto da sottoscrivere i ricorsi che il coordinamento ha presentato al Tar.

I cittadini mettono in dubbio la legittimità dell’iter di approvazione del progetto, le carte consegnate al Tribunale amministrativo parlano di violazione delle norme, ipotizzano il favoreggiamento, e puntano il dito su alcune scorrettezze. Il Co.e.ma avrebbe inoltrato alla Regione la Dichiarazione di inizio attività (Dia) il 29 dicembre 2008, due giorni prima dello scadere dell’anno, termine improrogabile per ottenere 400 milioni di euro dallo Stato.

Si tratta dei noti Cip6, finanziamenti pubblici a sostegno delle fonti energetiche rinnovabili, alle quali gli impianti di incenerimento rifiuti sono stati, in Italia, indebitamenti assimilati, ma solo entro e non oltre il 31 dicembre del 2008. Per il Co.e.ma è fondamentale accedere a quei fondi, la costruzione dell’impianto non sarebbe altrimenti conveniente.

«A quel tempo il cantiere non si poteva avviare - sostiene Stefano Gallo del Comitato No inceneritore - perché l’autorizzazione integrata ambientale non era stata ancora rilasciata». Ma non è tutto: sembra, infatti, che l’attività dichiarata non sarebbe mai iniziata. A rilevarlo è stato il Comando di polizia municipale di Albano che, per verificare quanto denunciato dal comitato cittadino, ha effettuato, in data 15 aprile 2009, un sopralluogo nella zona, osservando che «i lavori posti in essere consistevano nella sola delimitazione, con paletti in ferro e rete metallica, dell’area destinata alla costruzione della centrale».

Oggetto di confronto è anche la Valutazione di impatto ambientale (Via), inizialmente negativa, poi positiva. L’efficacia del primo provvedimento sarebbe stata sospesa per dare modo al Co.e.ma, che nel frattempo aveva impugnato la sentenza davanti al Tar lamentando la mancata comunicazione di preavviso del rigetto, di apportare modifiche al progetto iniziale.

Ma di tali modifiche non sarebbero poi stati informati i cittadini e le associazioni, che avevano concorso alla fase precedente della valutazione, impedendo così loro di partecipare al procedimento. «Con tale escamotage giuridico - si legge dagli atti del ricorso presentato al Tar dal comitato cittadino - finalizzato esclusivamente a favorire il Co.e.ma, sia sotto il proio temporale che sostanziale, si è inteso riaprire un procedimento già concluso e, di fatto, azzerare l precedente provvedimento negativo senza che ne sussistessero e condizioni».

Nelle osservazioni pervenute ala direzione regionale Ambiente e cooperazione tra i popoli inerenti al primo provvedimento, comitati locali, Verdi e Wwf contestavano a compatibilità ambientale del progetto mettendo in luce la mancata conformità dell’impianto con l Piano urbanistico provinciale. L’area destinata alla centrale non è, infatti, accatastata come zona industriale ma come area agricola con rilevante valore paesistico e ambientale: per realizzare l’impianto servirebbe, quindi, una variazione della destinazione d’uso, che il Comune, dal momento che i è detto contrario, non è disposto a rilasciare.

Sono stati poi evidenziati i danni alla tradizione agricola: le emissioni dell’impianto comprometterebbero la qualità del raccolto e il marchio doc della produzione verrebbe meno. La concentrazione degli inquinanti nell’aria aumenterebbe, aggravando una situazione già compromessa. Il comune di Albano, infatti, è incluso nell’elenco delle città in cui i valori di Pm10 (polveri sottili) sono superiori ai limiti previsti e per i quali dovrebbero essere predisposti piani d’azione.

Poi c’è la questione del nuovo Policlinico che dovrebbe paradossalmente sorgere nelle immediate vicinanze del gassificatore. Problemi, dunque, di una certa rilevanza, che hanno motivato il parere negativo del primo Via ma sono stati poi accantonati nel secondo. Una faccenda poco chiara che desta l’ira dei cittadini, ma non solo. In una lettera inviata il 14 aprile del 2009 da Cerroni a Giuseppe Lo Mastro, legale del comitato cittadino contro l’inceneritore di Albano, anche l’imprenditore perde la pazienza: «Ho deciso di scriverle il mio basta, perché, secondo me, ha superato il limite… anche della decenza».

E poi : «Avrei diritto di chiedere al giudice la cancellazione delle affermazioni ingiuriose e calunniose da lei riportate negli atti - continua l’imprenditore -. Questa soluzione, però, non mi soddisfa: cercherò, se ci sono, altre vie a tutela della mia onorabilità».È la reazione al secondo ricorso depositato al Tar dal comitato, per bloccare la costruzione dell’impianto di incenerimento rifiuti.

Sono giorni difficili per chi vuole il gassificatore: il direttore del dipartimento Prevenzione della Asl locale, ha rivelato alla stampa che nell’area il numero delle morti e dei ricoveri ospedalieri per alcune gravi patologie è superiore alla media regionale, la Asl di competenza ha ribadito il no al progetto e i comuni limitrofi fanno fronte comune contro l’impianto. A rischio non è solo la costruzione dell’inceneritore ma l’intero Piano rifiuti del Lazio, che, nonostante le promesse di innovazione e cambiamento, assume ancora l’incenerimento come scelta centrale.

La tensione accumulata si dissolverà però presto. Una settimana dopo arriva, infatti ,il verdetto positivo della Conferenza dei servizi, che in barba al parere della Asl competente, dei comuni interessati e incurante delle gravi accuse ipotizzate nei ricorsi al Tar, il cui esito potrebbe ribaltare la situazione, dà il via libera all’impianto.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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