L’influenza si combatte in serra

Federico Tulli
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— Poco costosi e veloci da produrre. I vaccini ottenuti da piante e alghe sono la nuova frontiera nel campo della prevenzione di epidemie e pandemie. —

Negli ultimi 50 anni la scienza medica, specie dalla scoperta del Dna umano in poi, ha tagliato più traguardi che in tutta la precedente storia dell’umanità. Ma ci sono dei metodi di ricerca che sin dal Secondo dopoguerra ancora, pervicacemente, resistono. Uno di questi è divenuto di stretta attualità dal momento che riguarda il sistema di produzione dei vaccini da usare come arma preventiva contro epidemie e pandemie.

Per fronteggiare la A-H1N1 le poche multinazionali farmaceutiche dotate delle costose tecnologie in grado di produrre la grande quantità di farmaco necessario useranno infatti tutte lo stesso “antiquato” metodo che consiste nella riproduzione del virus nelle uova di pollo. Un metodo che però, negli anni, ha presentato diverse controindicazioni.

A cominciare dal fatto che l’antidoto “da pollo” è a forte rischio allergenico per l’uomo e non garantisce la completa sicurezza del risultato. Ma soprattutto richiede almeno 5-6 mesi di lavorazione dal momento in cui si viene a conoscenza del genoma del virus. Un tempo praticamente infinito poiché spesso, come nel caso della A-H1N1, un virus muta in poche settimane. Il che rischia di vanificare l’intera opera di prevenzione.

È per questo che dai primi anni Duemila sulla scia della psicosi causata dall’aviaria, ma anche dal pericolo di attacchi terroristici all’antrace la ricerca biomedica, specie quella non legata a Big Pharma, ha tentato di individuare nuove tecnologie alternative per la produzione di vaccini dotati di tre caratteristiche specifiche: veloci da ottenere (10-15 settimane al massimo), sicuri e poco costosi.

Un impulso notevole alla ricerca in questo campo, che si basa soprattutto sulla lavorazione su pianta e insetto, è stato dato in termini finanziari dal governo degli Stati Uniti. L’Europa, invece, arranca. Anche se non mancano esempi di novità importanti proprio dall’Italia, in particolare all’Enea Casaccia dove l’equipe della biologa vegetale Rosella Franconi è al lavoro da anni sulle piante di tabacco coltivato in serra appositamente per produrre un antidoto al Papilloma virus.

È questo un tipo di tumore alla cervice che causa l’80 per cento dei decessi tra le donne nei Paesi poveri e in via di sviluppo. Una cifra che supera le 400mila vittime l’anno. Sempre all’Enea sono allo studio nuovi metodi di lavoro che esaltano le doti di organismi vegetali. L’ultimo in ordine di tempo riguarda una microalga unicellulare, precisamente l’eucariotica unicellulare Chlamydomonas reinhardtii.

«Con l’obiettivo di produrre proteine per scopi terapeutici o vaccinali - spiega Franconi -, le microalghe presentano gli stessi vantaggi delle piante, combinati alle speciali caratteristiche dei microrganismi quali crescita rapida (8 ore nel caso di crescita vegetativa) in spazi notevolmente ridotti e in terreni minimi. Inoltre la purificazione della proteina eterologa risulta più semplice e potrebbe non essere necessaria nel caso della somministrazione orale del vaccino in quanto questo organismo rientra nella categoria di “Generally recognized as safe”».

Al momento non sono ancora noti i tempi della fase di sperimentazione di questo nuovo vaccino. E certamente, viste anche le resistenze delle company farmaceutiche ad abbandonare prodotti che in linea di massima ancora funzionano, non rientrerà nella famiglia di quelli da somministrare per l’influenza “suina” che secondo l’Istituto superiore di sanità colpirà un terzo degli italiani entro l’autunno prossimo.

«Ma probabilmente - conclude la ricercatrice dell’Enea - tra le conseguenze di questa eventuale pandemia ci potrà essere anche la presa d’atto da parte dei governi della necessità di considerare l’utilità di vaccini più veloci da ottenere e soprattutto con una spesa contenuta». Fattore, quest’ultimo, che in tempi di crisi non è di certo secondario.

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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