La guerra è finita. La crisi umanitaria no
SRI LANKA
— I combattimenti sono cessati, ma la situazione della popolazione è ancora drammatica. La Ue chiede un’indagine indipendente per far luce sulle violazioni dei diritti. —
Un’indagine indipendente che faccia luce sulle violazioni dei diritti umani e sulle responsabilità delle parti per consegnare i colpevoli alla giustizia. È quanto chiede l’Unione europea dopo la fine del conflitto in Sri Lanka.
Terminati i combattimenti più intensi sull’isola, la preoccupazione principale della Ue è quella di garantire l’incolumità della popolazione civile e l’accesso delle organizzazioni umanitarie alle zone di guerra. «Gli scontri devono finire ora», hanno dichiarato i 27 ministri degli Esteri europei, riuniti ieri a Bruxelles, invocando il rispetto del diritto umanitario.
I capi delle diplomazie del Vecchio continente hanno inoltre chiesto alle parti di mettersi subito al lavoro per trovare «una soluzione politica» all’emergenza in cui ancora versa il Paese. Benita Ferrero-Waldner, commissario europeo alle Relazioni esterne, ha domandato che le autorità assicurino «pieno accesso» all’Onu nelle aree in cui si trovano gli sfollati.
«Sono molto sollevata - ha dichiarato Ferrero-Waldner - che almeno gli scontri più cruenti siano terminati, ma la situazione dei civili resta molto difficile». Anche il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, che dal primo luglio sarà presidente di turno dell’Ue, ha espresso le sue preoccupazioni: «Deve esservi - ha spiegato - un accesso immediato delle organizzazioni umanitarie internazionali, delle agenzie delle Nazioni unite e della Croce rossa: decine di migliaia di persone hanno urgentemente bisogno di aiuti».
Il governo di Colombo, intanto, sembra più preoccupato a mostrare al mondo il suo trionfo piuttosto che a risolvere la situazione della popolazione colpita dai combattimenti delle ultime settimane. L’Sla, l’esercito governativo, ha proclamato ieri ufficialmente la sconfitta militare della guerriglia tamil e la liberazione del Paese. La televisione di Stato ha mostrato le immagini del corpo senza vita di Charles Anthony, figlio di Velupillai Prabhakaran, capo supremo delle Tigri tamil.
Il leader della guerriglia sarebbe stato ucciso dalle teste di cuoio srilankesi mentre cercava di fuggire su un’ambulanza. Insieme a lui sarebbero morti anche il capo dell’intelligence delle Tigri, Pottu Amman, e Soosai, comandante della marina militare dei ribelli, le Sea Tiger. «Tutti i leader della guerriglia sono morti» ha assicurato il governo, che non ha però ancora dato notizia del riconoscimento ufficiale del leader supremo.
Secondo un rapporto dell’Onu, tra il 20 gennaio e il 7 maggio l’offensiva dell’esercito contro le roccaforti ribelli avrebbe causato la morte di 7.000 civili. «Nelle ultime 24 ore, più di 3.000 cadaveri sono stati abbandonati nelle strade, mentre altri 25mila risultano feriti», denunciava il comunicato di resa delle Tigri.
Secondo quanto riferito ieri dal sito dei ribelli Tamilnet, i vertici della guerriglia avrebbero tentato di far intervenire la Croce rossa per prestare soccorso a un migliaio di feriti; uno sforzo inutile visto che «tutto si è concluso con un omicidio premeditato da parte dei militari». Una testimonianza che, se vera, confermerebbe che mentre la guerra è finita, l’emergenza umanitaria continua.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







