Casal di Principe, il buon uso dei beni confiscati ai boss

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Pietro Orsatti
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SOCIETA' CIVILE — Nel feudo dei Casalesi, tre giorni di feste e dibattiti per il Festival dell’impegno civile. Riusare quello che era di proprietà della camorra è un segnale preciso. I media dovrebbero parlare di più di ville, masserie, appartamenti, terre che sono sottratti ai comorristi e restituiti ai cittadini. Come dovrebbero raccontare le esperienze che su questi luoghi crescono, come quella delle cooperative che fanno uno sberleffo alla criminalità. —

A volte ci sono coincidenze che ti lasciano senza parole. Soprattutto nel comprensorio di Casal di Principe, in terra di camorra, nel regno dei Casalesi. Ci si può ritrovare a partecipare a un dibattito sull’economia etica, libera dalle mafie, in un appartamento a Casapesenna, sequestrato al boss Zagaria.

Un bene che, secondo la legge, dovrebbe essere riutilizzato per finalità sociali e che, invece, è stato in parte affittato a una banca, che normalmente persegue tutt’altri interessi da quelli che sarebbero previsti dalla normativa sui beni confiscati alle mafie. Poco importa se i soldi della pigione, così dichiara il sindaco del Comune campano, vengono inseriti nel bilancio per spese sociali. La legge Rognoni-La Torre è stata comunque bypassata. Non è un buon viatico.

La denuncia parte proprio da questo dibattito, perché la scelta di questo luogo è stata già di per sé una provocazione attuata, in piena consapevolezza, dall’organizzazione del Festival dell’impegno civile che si è svolto, proprio nei beni confiscati ai camorristi, la scorsa settimana. Tre giorni di feste, dibattiti, azioni nella terra dei fuochi, nel feudo dei Casalesi, appunto.

«Le organizzazioni camorriste - denuncia il procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho - hanno esperienza dei risultati delle indagini e quindi abbandonano quei meccanismi che sono scoperti per acquisirne altri». Il magistrato poi non nasconde, anzi denuncia con chiarezza, i complessi e inequivocabili segnali di collusione che caratterizzano questo territorio.

Non solo l’economia ma anche il mondo della politica, secondo il procuratore, è colluso o quantomeno contiguo a certe logiche di violenza. «Se un sindaco o una giunta non hanno la capacità di denunciare - afferma Cafiero De Raho - che si dimettano e svolgano altri ruoli». Il contrasto civile «Combattere le mafie solo militarmente dà frutti effimeri e momentanei - dichiara il presidente onorario del Fondo ambiente italiano (Fai), Tano Grasso - è già successo a Palermo negli anni Novanta.

Ma, dopo poco, tutto, soprattutto in racket e usura, tornava ai soliti ritmi e riti. Tutto questo perché mancava il contrasto civile ed economico alle mafie. Perché al di là dell’imprenditore mafioso, e del colluso con la mafia esiste un nugolo di imprenditori che semplicemente convivono con la realtà mafiosa senza porsi quesiti e accettando certe regole».

E la questione dei beni confiscati è fondamentale per disegnare questo modo diverso di affrontare la lotta alla criminalità e per imporre un circuito virtuoso in un territorio devastato sia militarmente sia socialmente da decenni di dominio mafioso e sottosviluppo indotto. E poi, sulla questione, c’è anche da denunciare tutta una serie di gravissime carenze del mondo dell’informazione proprio su questi temi. Parlare di ville, masserie, appartamenti, terre che sono sottratte ai boss e restituiti ai cittadini non è solo un notizia ma rappresenta il segnale.

Ma i media non raccolgono questa sfida e si concentrano sulla semplice e spettacolare descrizione della cronaca nera. «Qui si gioca una partita importante sui beni confiscati spiega Raffaele Sardo, giornalista della Repubblica - perché la vera rivoluzione culturale è informare che i beni della camorra da luoghi di morte sono diventati luoghi di vita dei quali la gente si riappropria ». Ma questa rivoluzione, purtroppo, rimane fuori dal racconto sociale.

Come non vengono narrate altre realtà. Nuova cucina organizzata In un vicolo di Casal di Principe, in via Po, budello di cemento e muri e cancelli sbarrati, c’è una pizzeria con un nome che è tutto un programma: Nco, Nuova cucina organizzata. Un gruppo di giovani nel 2000 ha fondato una cooperativa sociale che sta diventando un modello in questa terra dove qualsiasi servizio pubblico è miraggio, favore, terreno di scambio. La cooperativa è nata come assistenza a persone con disagio fisico e/o mentale. Il progetto che hanno messo in atto è di una semplicità disarmante.

Prendo un gruppo di assistiti, 11 per l’esattezza, e li inserisco in una casa famiglia posta all’interno di un progetto lavorativo ed economico. E l’operazione, nonostante il luogo e le tante difficoltà, funziona. «Ora vogliamo aprire una caffetteria - racconta Peppe Pagano, uno dei soci fondatori del progetto -. Ovviamente una Nuova caffetteria organizzata». E poi ride per lo sberleffo al mito delle Nco di Raffaele Cutolo.

E non solo, sempre con lo stesso tipo di progettualità (modulo di convivenza e attività sociale e lavorativa) la cooperativa sta ottenendo, per la prima volta, l’uso di un bene confiscato alla camorra a San Ciprano Casale. Intanto qui l’emergenza criminalità, nonostante le centinaia di arresti dell’ultimo anno, e quella dei rifiuti, nonostante i proclami del governo Berlusconi, sono tutt’altro che superate.

Pietro Nardiello, giornalista e animatore del Festival, spiega come nel calderone dell’informazione trovino spazio solo «omicidi e violenze, mentre la società cerca di portare avanti altre iniziative, altri progetti di rinascita come Nuova cucina organizzata, che è un modello ma è del tutto ignorato e rischia di rimanere isolato. Occorre una riflessione.

Perché questi argomenti negati sono egualmente vicini alla società, al lettore, ma non riescono a sfondare. Di certo questo lato, positivo, è poco noto alle persone, ma dovere del giornalista sarebbe quello di trovare un modo per raccontare la realtà». Purtroppo questo non succede quasi mai, ma i ragazzi di Nco (caFFetteria e cucina) continuano a combattere la loro piccola battaglia per vivere.