Dighe, pesca e mercurio minacciano il delfino asiatico

Roberto Tofani
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SPECIE PROTETTE
— A rischio d’estinzione il mammifero che vive nel fiume Mekong. A deturpare il suo ecosistema oltre agli agenti chimici, anche gli invasi che potrebbero deviare il flusso ittico riducendo milioni di persone alla fame. —

Il delfino del Mekong è a rischio estinzione. L’alto tasso di inquinamento delle acque del fiume asiatico che da il nome alla specie del mammiffero ha messo in serio pericolo questa particolare specie dalla testa smussata e arrotondata, scientificamente nota come Orcaella brevirostris. Lungo mediamente 2 metri per un quintale di peso, già nel 2004 il delfino del Mekong è stato classificato come vulnerabile dall’Unione internazionale per la conservazione della natura, e inserito nella lista rossa delle specie animali a rischio di estinzione.

In questi giorni, a lanciare l’allarme è il gruppo internazionale per la Conservazione del Wwf. Nel rapporto pubblicato dall’organizzazione si ritiene che l’inquinamento sia uno tra i principali responsabili del decesso di 88 cetacei negli ultimi 6 anni. Di questi, circa il 60 per cento sono esemplari di età inferiore alle 2 settimane. Un’ecatombe, se si considera che quelli rimasti, nella zona del Mekong, lunga 190 km e compresa tra Cambogia e Laos, sono tra i 64 e i 76.

«Le analisi hanno mostrato che la causa dei decessi è dovuta a un’infezione batterica», ha affermato il dottor Verné Dove, veterinario del Wwf in Cambogia e autore del rapporto. Un’infezione che solitamente non è fatale, «a meno che il sistema immunitario del delfino non sia in grado di intervenire a causa di contaminazioni ambientali». Le ricerche effettuate, infatti, mostrano livelli di pesticidi, composti organici noti come Pcb (policlorobifenili) e Ddt (diclorodifeniltricloroetano) ad esempio.

Quest’ultimo proibito in Italia dal 1978 e negli Stati Uniti dal 1972. Nel 2001, inoltre, con la ratifica della Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, firmata da 98 nazioni e con il sostegno della maggior parte dei gruppi ambientalisti, l’uso del Ddt e di Pcb è da considerarsi proibito. Ma se da un lato Italia e Usa non hanno ancora ratificato la Convenzione, dall’altro i sei Paesi attraversati dal Mekong, ovvero Cina, Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam, lo hanno fatto già da qualche anno.

Insieme al delfino rischiano ovviamente la salute e la vita anche le popolazioni che vivono lungo i 4.300 chilometri dell’undicesimo fiume più grande del mondo. Il Wwf non è stato ancora in grado di stabilire la fonte delle contaminazioni. Si può però presumere che i livelli di mercurio, elemento chimico che distrugge le difese immunitarie degli animali, riscontrati nei delfini deceduti, provengano dalle attività delle miniere d’oro presenti nella regione est asiatica.

A problemi di contaminazione ambientale, però, si aggiungono «limiti di diversità genetica», dovuti alla consanguineità. «I delfini presenti nel Mekong sono isolati dagli altri membri delle stessa specie - ha dichiarato Seng Teak, direttore del Wwf in Cambogia -, per questo necessitano del nostro aiuto. È stato provato che se l’habitat dei cetacei è protetto, le popolazioni sono in grado di dimostrare una notevole resistenza».

Recentemente, infatti, la Wildlife conservation society, in collaborazione con l’Università bengalese di Chittagong ha scoperto seimila esemplari di questi delfini in un’area sinora poco esplorata della Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del mondo, che si estende nel delta del Gange, tra India e Bangladesh.

Questi particolari delfini, però, oltre a contaminazioni e “difetti” genetici, si trovano di fronte ad altri due gravi pericoli: le reti dei pescatori e l’erosione degli argini del fiume, che in alcuni tratti è causa dell’abbassamento del livello dell’acqua. Se il primo ostacolo è legato al sempre crescente sfruttamento del settore ittico, il secondo è causato soprattutto dalla costruzione di dighe per la costruzione di centrali idroelettriche.

Proprio in questi giorni, una petizione firmata da 16mila cittadini dai sei Paesi del Mekong è stata consegnata al primo ministro thailandese, Abhisit Vejjajiva. L’obiettivo della petizione, Save Mekong, promossa da un’associazione ambientalista, è quello di bloccare la costruzione di dighe sul fiume: uno tra i più inquinati al mondo ma fonte di vita per milioni di persone.

«Secondo stime ufficiali - si legge nel comunicato diffuso dall’associazione - il valore delle specie animali pescate nel Mekong arriva fino a 3 miliardi di dollari l’anno». La preoccupazione, pertanto, è che le dighe e gli impianti idroelettrici possano bloccare il flusso migratorio di centinaia di specie, ovvero «circa il 70 per cento del pesce commerciabile e che assicura l’approvvigionamento alimentare della regione».

Al momento ci sono ben 11 progetti che prevedono la costruzione di altrettante dighe. Le organizzazioni che si battono per salvare il Mekong contrastano le politiche dei governi volte esclusivamente a garantire alti livelli di crescita economica mentre l’iper sfruttamento del grande fiume rischia di cambiare il corso delle vite di milioni di persone oltre alla geografia della regione.

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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