Il Consiglio dei guardiani: «Elezioni presidenziali regolari»
IRAN
— L’establishment esce profondamente diviso dagli scontri nelle piazze dei giorni scorsi. Il candidato sconfitto promette di «voler andare avanti», ma ai ragazzi della Rivoluzione di Neda mancano i mezzi per riorganizzarsi. —
Calma piatta e un cielo di palloncini verdi a Teheran, ormai sorvegliata a tappeto da corpi antisommossa, servizi di sicurezza e paramilitari dopo due settimane di proteste, scontri e un numero imprecisato di vittime. Il governo uscente - Mahmoud Ahmadinejad nominerà il prossimo gabinetto ad agosto - si è dichiarato favorevole a consentire l’apertura verso nuove proteste, posto che vengano autorizzate con una settimana di anticipo e che rispettino precise condizioni di legittimità.
Condizioni che non spetterebbero alla “Rivoluzione di Neda” secondo quanto ribadito nel sermone del venerdì da uno dei membri più prestigiosi del clero iraniano, Ahmad Khatami. Prendendo parola dal pulpito l’ayatollah Ahmad Khatami ( fra i più intransigenti sostenitori della Guida suprema) ha chiamato i fedeli all’attacco incondizionato contro chiunque protesti, sentenziando che meritano «la più selvaggia e spietata violenza» in quanto «nemici dell’Islam».
L’ennesimo tentativo da parte del fronte pro Ahmadinejad di associare le proteste a eventuali manipolazioni esterne, americane e israeliane anzitutto. Dopo le interviste trasmesse dalla tv di Stato iraniana a presunti manifestanti che confessavano di essere stati traviati da Bbc e Radio voice of America, a rilanciare la carta del “nemico esterno” è stato lo stesso Ahmadinejad che si è rivolto direttamente a Obama avvertendolo: «Comprendo la tua inesperienza e per questo ti do un consiglio da amico. Non vogliamo che si ripeta il caos generato dall’era Bush».
L’establishment esce profondamente diviso dagli scontri dei giorni scorsi, ma anche la protesta tira il fiato. Il candidato sconfitto promette di «voler andare avanti», mentre ai ragazzi della Rivoluzione di Neda mancano i mezzi per riorganizzarsi. Fa ancora scalpore il caso del reporter free lance (corrispondente per il Washington Times) Iason Athanasiadis, pluripremiato mediorientalista. Athanasiadis è scomparso il 17 giugno mentre si avviava con gli altri corrispondenti esteri verso l’espulsione, all’aereoporto di Teheran.
«Attività illecita » l’accusa ufficiale, una sentenza che in Iran si applica anche semplicemente a chi inoltri corrispondenze giornalistiche senza regolare visto stampa. Eppure Athanasiadis sembrava munito del necessario permesso. Il corrispondente greco britannico però è soltanto uno dei quasi 40 giornalisti di cui non si sa più niente da due settimane. Arrestati anche il corrispondente del Newsweek Maziar Bahari; l’analista di Radio Free Europe, Fariborez Srosh; il presidente dell’associazione giornalisti iraniani, Ali Mazroui.
Per tutti loro, e molti altri, si temono le torture di Evian. Ciononostante, dal G8 di Trieste è emerso un appello piuttosto debole contro i fatti iraniani, che si limitava a esprimere solidarietà con gli iraniani vittime delle violenze di questi giorni. Segno del peso conquistato da Ahmadinejad sullo scacchiere internazionale. A frenare i Paesi europei, il nuovo alleato della repubblica islamica: la Russia di Putin e Mevdev.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







