Pesaro punta tutto sulla qualità. I tagli non frenano la settima arte

Alessia Mazzenga
Alberto Lattuada sul set del fi lm Guendalina, 1957.png

FESTIVAL
— Giunge alla 45esima edizione la “Mostra internazionale del nuovo cinema”. Un appuntamento storico con un occhio sulla cinematografia israeliana, il premio alla carriera a Marco Bellocchio e una retrospettiva su Alberto Lattuada. —

«Non sono i film che devono servire ai festival, ma sono i festival che devono servire ai film. In particolare ne ha necessità il cinema di qualità, d’arte e di ricerca, che ha bisogno di essere promosso e portato al pubblico ». Con queste parole Bruno Torri ha aperto la conferenza stampa della 45esima "Mostra internazionale del nuovo cinema", che a partire da oggi si svolgerà a Pesaro fino al prossimo 29 giugno.

Il critico, fondatore nel lontano 1965 insieme a Lino Miccichè della rinomata manifestazione, ha voluto sottolineare come la mostra abbia sempre inteso indagare, per conoscere ed eventualmente criticare, tutto ciò che rientra sotto la generica etichetta di “nuovo cinema”. Certo è che non deve essere stato semplice organizzare la manifestazione con un taglio dei contributi di oltre 50mila euro.

«Una soluzione - spiega il professore Giovanni Spagnoletti, direttore artistico del festival - sarebbe trovare dei finanziamenti privati. Ma in Italia spesso gli sponsor sono legati alla politica e quindi è difficile che si interessino alla qualità del prodotto». Il tutto poi si infrange contro l’opposizione del ministero delle Finanze che non considera il cinema un’industria valida, che ha bisogno di contributi pubblici.

Nonostante questo la mostra è in grado anche quest’anno di presentare opere di valore e cinematografie interessanti. È il caso della sezione dedicata al cinema israeliano, che ci consente di conoscere meglio una parte di storia contemporanea, non tanto per sposare una causa, ma per comprendere le articolazioni di un conflitto che la nostra società ha prodotto.

"Avanim" (Stones) di Rafhael Nadjari, "Mahssomim" (Checkpoint) delle registe Dalia Hager e Vidi Bilu e "Karov la’ bait" di Yoav Shamir sono solo alcuni dei film proposti che non difendono mai il punto di vista governativo sul conflitto, ma che mostrano un atteggiamento generalizzato contro la guerra. «In questo modo il cinema come la letteratura diventa lo specchio critico del Paese - afferma Spagnoletti - e si riappropria della sua funzione fondamentale, che è quella di cercare di capire la realtà».

Altra sezione importante della mostra è senz’altro “Band à part”, in cui sabato 27 giugno è in programma un incontro con il regista Marco Bellocchio, che per l’occasione riceverà un premio alla carriera. Dopo avergli dedicato una retrospettiva pochi anni fa la manifestazione pesarese ripropone l’opera dell’autore piacentino, simbolo del regista sperimentatore, creatore di immagini nuove.

«Personalmente - racconta Spagnoletti ho pensato che questo era l’anno in cui Bellocchio avrebbe dovuto ricevere un premio alla regia. Trovo che il suo ultimo film "Vincere" sia un’opera importante e sorprendente, che dimostra come la giovinezza di un artista non sia necessariamente legata all’età».

Un’occasione per una panoramica sul cinema italiano se si considera la retrospettiva dedicata ad Alberto Lattuada, arrivando al cinema di Marco Bellocchio, che parte da posizioni post neorealiste e nei 50 anni di carriera propone, attraverso le protagoniste dei suoi film, un’immagine di donna totalmente diversa sia dalla popolana formosa anni 50, sia dalla femme fatale nefasta e distruttiva di tanto cinema francese ed europeo.

Infine, all’interno del concorso ufficiale con film come "La pivellina", "Medicine for melanchony", "El Árbol" e "Fixer" si presenteranno film provenienti da diverse parti del mondo, per seguire l’indicazione del direttore artistico, che afferma: «Per fortuna il cinema è un’araba fenice, risorge sempre. E magari in luoghi dove non ci si aspetterebbe. Il mestiere di un buon direttore di festival è di avere fiuto e capire dove ciò stia accadendo».

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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