Somalia, un ministro tra le vittime dei ribelli
ATTENTATO
— Gli Shebab uccidono il responsabile del governo transitorio per la Sicurezza nazionale. Ennesimo caduto di una guerra che in due anni ha tolto la vita a 18mila persone. —
Un altro kamikaze, un altro attentato messo a segno dai ribelli in Somalia. La vittima illustre, questa volta, è il ministro per la Sicurezza nazionale del governo di transizione, Omar Haji Aden, colpito e ucciso ieri in un albergo di Baladwein, vicino al confine con l’Etiopia. Il giorno prima, mercoledì 17, la stessa sorte era toccata al capo della polizia di Mogadiscio, mentre martedì 16 un missile era atterrato nella capitale, colpendo una moschea e ammazzando almeno dieci fedeli.
È il bilancio di una guerra violentissima, che dura da due anni e ha fatto almeno 18mila vittime tra i civili, costretto un milione di persone a lasciare le loro case trascinandone 3 milioni in condizioni di emergenza umanitaria. Gli attori di questa tragedia sono tanti, troppi. Una volta c’erano il governo di transizione e i militanti delle Corti islamiche.
L’autorità transitoria, però, è sempre stata troppo debole per amministrare veramente il territorio somalo e fino a gennaio del 2009 si è appoggiata sulle truppe della vicina Etiopia, da sempre acerrima nemica della Somalia. Incalzato dalla comunità internazionale, il governo ha accettato di difendersi da solo e il presidente Sharif Sheikh Ahmed ha tentato di cooptare almeno una parte dei suoi nemici adottando ufficialmente la sharia, la legge islamica.
Ma nemmeno questo gesto è riuscito a placare il fronte ribelle, che in questi due anni di guerra si è trasformato e spaccato, regalando il ruolo da protagonista al movimento degli Shebab, l’ala più radicale degli islamisti. Che oltre a sferrare attacchi kamikaze contro i rappresentanti dell’autorità transitoria, reclamano un territorio libero da qualsiasi presenza militare straniera, compresi i peacekeeper dell’Unione Africana, presenti dalla fine del 2007 sotto il nome di Amisom.
In realtà, le forze internazionali sono composte da poche migliaia di soldati, inviati da Uganda e Burundi, che da subito hanno perso l’immagine di neutralità e imparzialità, incaricate come sono di salvare la legittimità di un governo che rappresenta solo una delle parti in conflitto. Gli Shebab avevano avvisato l’Onu di non rinnovare il mandato alla missione, ma il Palazzo di Vetro non li ha ascoltati. E loro hanno lanciato un appello a tutti i combattenti perché colpiscano i Caschi verdi.
Il presidente Ahmed, invece, rinnova la sua richiesta di collaborazione: «Chiediamo aiuto alla comunità internazionale e ai somali per respingere gli attacchi dei terroristi ». Terroristi, parola d’ordine per conquistare la solidarietà dell’Occidente. Ma anche riferimento a quei jihadisti giunti da lontano che combatterebbero a fianco degli Shebab, un gruppo di 280-300 guerriglieri, secondo l’inviato speciale Onu in Somalia Ahmedou Ould-Abdallah.
Somali o stranieri, gli islamisti hanno ormai il controllo di due terzi del territorio e avvertono le truppe etiopi e quelle keniane addossate sul confine di essere pronti a qualsiasi rappresaglia nel caso decidessero di entrare. La pace non è mai stata così lontana da Mogadiscio.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







