Sul dramma a Teheran la longa manus del governo

Versione stampabileInvia a un amico
Annalena Di Giovanni da Beirut
manifestazioni-Iran.png
IRAN — Un morto, due feriti e duri scontri con la polizia che ha risposto con violenza. Attentato suicida al mausoleo del “Padre della Repubblica”, l’Ayatollah Khomeini. —

Un morto accertato per l’attentato suicida che ieri ha danneggiato il mausoleo dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, “Padre fondatore” della Repubblica Islamica Iraniana. Una vittima, due feriti, un attentatore suicida, e l’ennesimo mistero nel vortice di proteste e repressione che sta spaccando i ranghi della Repubblica islamica e trascinando sempre più migliaia di cittadini in strada.

Scettici gli iraniani: si parla di un possibile mandante fra il Mek, l’organizzazione dei mujaheddin che invoca la fine della Repubblica islamica in base a un’ideologia marxista-islamista; ma sono in molti a credere alla longa manus del governo stesso, per far salire il livello dello scontro. Mentre a Teheran nord il kamikaze si faceva esplodere, ieri pomeriggio, le proteste si concentravano di nuovo in tre punti della città.

Manifestazioni non autorizzate che, secondo il portavoce del riformista Mehdi Karroubi, erano state comunque convocate. Dai filmati amatoriali che sono riusciti ad aggirare la censura era chiara la violenza della reazione da parte di polizia e Pasdaran; pompe ad acqua, gas, manganelli ed un numero di feriti ancora una volta impossibile da accertare.

Preoccupati i Paesi occidentali: «Il mondo intero guarda cosa accade in Iran», ha avvertito il presidente Usa Barack Obama, mentre a Londra il ministro degli Esteri ha convocato l’ambasciatore iraniano. Quel che è certo è che da venerdì la repressione sarà pienamente legittimata in ogni suo eccesso dalla Guida suprema stessa, Ali Khamenei. La Guida ha personalmente ordinato durante il sermone di venerdì (tenuto non a caso all’università di Teheran) la fine delle proteste, scegliendo la linea dura.

All’opposizione ha fatto muro: «L’establishment islamico non manipolerà mai i voti del popolo commettendo tradimento», ha sentenziato, «la struttura legale stessa e i regolamenti elettorali non permettono frodi». Negando di fatto la più remota possibilità di dubbio, Khamenei ha scelto la linea dura a fianco di Ahmadinejad. Da venerdì, ogni protesta è divenuta non soltanto illegale, ma un atto sovversivo contro la più alta autorità del Paese.

Ciononostante, il Consiglio dei guardiani ieri ha ricevuto i tre candidati “sconfitti” - Moussavi, Karroubi, e il conservatore Rezai sulla questione dei brogli. I dodici membri del consiglio hanno accolto soltanto una parte delle loro rimostranze, accettando di ricontare soltanto un campione casuale del 10 per cento delle schede. Un conteggio che comunque non avrà effetti concreti sulla nomina di Ahmadinejad alla presidenza.

È il massimo concesso alle proteste, che invece invocano l’annullamento delle elezioni e che potrebbero presto sfuggire di mano ai due candidati riformisti che finora le hanno appoggiate, Mirhossein Moussavi e Mehdi Karroubi, se questi decidessero di cedere alle pressioni dell’establishment di fronte allo strapotere militare - esercito e pasdaran - su cui Khamenei può contare per imporre la presidenza di Ahmadinejad.

Da un lato lo spettro di una radicalizzazione della protesta, dall’altro il rischio di un colpo militare per ripristinare l’ordine: una strada senza uscita per l’Iran, che anche oggi probabilmente continuerà a essere scosso dalle proteste ormai spontanee oltre che pacifiche nelle principali città - Teheran, Ishfahan, Shiraz, Tabriz, Mashhad - e la violenta repressione da parte dei corpi antisommossa della polizia e dei Guardiani della rivoluzione, corpo paramilitare sotto il diretto comando della Guida suprema Ali Khamenei, e del loro braccio volontario, il Basij, che ogni notte ormai da una settimana continua a scendere fra strade e dormitori universitari aggredendo e portando via chiunque.

Abbastanza da perdere il conto degli scomparsi, che dal primo giorno hanno superato le centinaia.
La stampa imbavagliata - non una parola sulle proteste neanche nell’agenzia online studentesca,l’Irna-, i siti oscurati, i corrispondenti stranieri espulsi. Ignoto il numero delle vittime della repressione militare; la stampa occidentale ne dà per certi almeno una ventina, ma dagli ospedali del Paese, tramite i social network e le telefonate all’estero, le cifre parlano di svariate decine ogni notte. Di quello che accade in Iran si sa sempre meno.