Uranio impoverito. La guerra infinita
IL NEMICO INVISIBILE
— La battaglia di Falco Accame per proteggere e risarcire chi ha subito danni nella carriera militare. Diritti impediti da burocrazia rigida, segreti di Stato e veti istituzionali. —
La definisce così: “grande muraglia”. è Falco Accame, ex ufficiale di marina, per due legislature deputato Psi e all’epoca presidente della Commissione difesa. Antimilitarista scomodo, invece di godersi la pensione, dal 1979 difende uomini in divisa e civili che abbiano subito infortuni militari o malattie contratte durante o dopo il servizio.
Pur se personalmente dispendiosa, da trent’anni la sua attività si scontra con l’insensibilità dei governi d’ogni colore e con la macchina burocratica. «La prima proposta di legge, per gli infortuni militari - dice - porta il mio nome e quello di Achilli ed è datata 1977. Due anni dopo, ho fondato l’Anavafav, l’associazione che si batte soprattutto per tre aspetti: introdurre norme di protezione per chi lavora in ambito militare; risarcire i familiari delle vittime; far sì che chi sbaglia paghi le proprie colpe.
Da civile, volevo entrare in alcune basi per verificare lo stato delle cose, ma la “muraglia” me l’ha impedito; ho denunciato gravi violazioni e casi di nonnismo. Il risultato? Sono stato trascinato in tribunale. L’unico appoggio politico mi è stato offerto dai partiti di estrema sinistra. Tutt’oggi, le caserme sono luoghi inviolabili: è molto difficile sapere che cosa avviene all’interno.
Quello che emerge lo devo a quella che definisco “Radiofante”, cioè chi mi cerca descrivendo i casi di loro parenti, durante e dopo la vita militare». Tra tutte, la questione uranio impoverito. «I primi casi di sospetto risalgono alla guerra del Vietnam, anni Sessanta. Recentemente, si è riproposto durante e dopo la guerra dei Balcani, in Bosnia, e ora in Iraq. Ma debbo dire che molte persone con le quali ho parlato ignoravano l’esistenza delle norme di protezione poi introdotte nel novembre 1992.
Una grossa responsabilità, per quanto riguarda il risarcimento economico per gli infortuni, ce l’ha la stessa legge 308/81. Un banale errore dattilografico, dovuto a distrazione di una segretaria ne ha stravolto il significato. Benché la sinistra abbia poi protestato, la legge è rimasta tale e quale, per cui ottenere il risarcimento è un’impresa. Una successiva legge, la 262/2005, prevede una speciale elargizione di 200mila euro.
I richiedenti debbono, però, superare il vaglio di due commissioni: quella medica del ministero della Difesa e quella di secondo grado del ministero del Tesoro». Normalmente, è quest’ultima a porre il veto. Ed è vincolante.
«A ciò bisogna aggiungere le solite difficoltà di interpretazione delle norme di legge, scritte sempre in modo contorto e non bene interpretabili. Intanto il tempo passa, cosicché solo in pochissimi, su un numero altissimo, alla fine riescono ad avere una parte del risarcimento. Insomma, ci sono trattamenti di serie A e trattamenti di serie Z. Troppi, comunque non ottengono giustizia. Ci rivolgiamo pure al Tar e talvolta al presidente della Repubblica. Ma è un’impresa titanica, anzi peggio: kafkiana. In Italia è così».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







