«No alla tagliola del federalismo». E' scontro tra Comuni e governo
POLEMICHE L’accusa del presidente dell’Anci Chiamparino: «Ci chiedono impegni che neanche lo Stato è in grado di rispettare. Rivogliamo l’autonomia impositiva». Grazie agli effetti perversi della riforma a regnare è solo l’incertezza.
«Siamo l’unico comparto della pubblica amministrazione in attivo. Abbiamo contribuito al risanamento del Paese con un saldo superiore al miliardo di euro. Per fare meglio, così come ci viene richiesto, saremmo costretti ridurre la spesa del 6,4 per cento, nonostante l’aumento della domanda di servizi sociali, dei costi e dei rinnovi contrattuali».
L’Italia dei Comuni non ci sta a passare da vittima sacrificale della crisi mondiale e ieri, ancora una volta, lo ha ribadito alzando la voce. L’occasione è arrivata dalla presentazione del rapporto annuale del quadro finanziario dei Comuni nell’ultimo anno di riferimento, 2007-2008, redatto dall’Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale. Sullo sfondo la partita ancora tutta da giocare del federalismo fiscale.
«Ci chiedono impegni che neanche lo Stato è in grado di rispettare - ha accusato il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Sergio Chiamparino - e per questo chiediamo che il primo dei decreti attuativi del federalismo fiscale restituisca ai Comuni l’autonomia impositiva, perché un federalismo senza alcuna tassazione autonoma - ha ribadito -, con il blocco delle aliquote non è attuabile. Siamo inoltre disposti a rivedere, insieme al governo, il patto di stabilità interno per i Comuni, purché sia fondato sul pareggio di bilancio al netto dei trasferimenti, col controllo del debito e con una maggiore autonomia per le amministrazioni comunali ».
Punto di partenza quindi è la riscrittura delle regole: «Nella manovra economica 2009-2011 - si legge nel rapporto - il contributo a carico dei Comuni per il risanamento dei conti pubblici è di 1 miliardo e 340 milioni di euro per il 2009, 1 miliardo e 30 milioni per il 2010 e un miliardo e 775 milioni per il 2011. Il calcolo è basato sul peso nella pubblica amministrazione che il ministero dell’Economia ci attribuisce, nella misura del 15 per cento. Un dato per noi sovrastimato. L’Anci stima un criterio alternativo considerando entrate e spese, al netto dei trasferimenti erariali, che porta, realisticamente, il peso del comparto al 7%, dimezzandone l’ammontare della manovra».
Differenze sostanziali su cui l’Anci chiede subito un confronto con l’esecutivo «che parta - si legge ancora nel rapporto - dalla determinazione di grandezze certe della finanza pubblica. Tappa principale per condividere gli elementi fondamentali della prossima manovra finanziaria ma soprattutto per avviarsi alla scrittura dei decreti attuativi della delega sul federalismo fiscale».
Rincara la dose il segretario generale dell’Anci, Angelo Rughetti: «Si esige di stabilizzare le entrate comunali per la definizione dell’Autonomia finanziaria degli Enti locali nell’attuazione del federalismo fiscale, ma lo si fa in un quadro totalmente incerto per gli stessi Comuni - ha proseguito Rughetti -. Il miglioramento dei saldi chiesto in finanziaria insieme al blocco della leva fiscale, unito alla decurtazione dei trasferimenti, costringerà i Comuni a ridurre la spesa del 18% in tre anni, circa 9 miliardi di euro. Tagli che riguarderanno principalmente gli investimenti produttivi (in conto capitale) che vincolano le uscite per il 24% del bilancio finale e che si potrebbero in parte compensare, (è questa un’altra richiesta dell’Associazione dei Comuni italiani), con la possibilità di utilizzare i residui passivi », cioè quelle spese impegnate ma non eseguite, adesso attribuite per legge al Tesoro e che ammontano complessivamente a 40 miliardi di euro.
«I Comuni - ha infine avvertito Sergio Chiamparino - da enti erogatori di servizi per la collettività rischiano di diventare strumento di risanamento della finanza pubblica». La rivolta delle amministrazioni locali contro un governo che riduce drasticamente i trasferimenti pare appena all’inizio.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







