All’ombra del terrore

Paolo Tosatti
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INDONESIA
Nove morti e quarantadue feriti è il bilancio dei due attentati che ieri a Giacarta hanno colpito gli hotel Jw Marriott e Ritz-Carlton. Inquirenti e analisti puntano il dito contro il gruppo musulmano radicale Jemaah Islamiah.

 
Non si conoscono ancora i responsabili degli attacchi che ieri a Giakarta hanno parzialmente distrutto gli hotel Jw Marriott e Ritz-Carlton, causando la morte di 9 persone e il ferimento di altre 42. Eppure il nome su cui si è immediatamente focalizzata l’attenzione degli inquirenti indonesiani, degli esperti di sicurezza e degli analisti di tutto il mondo è lo stesso: Jemaah Islamiah
 
Il gruppo islamico radicale legato ad al Qaeda ha le sue radici nel Darul Islam (letteralmente “Casa dell’Islam”), un movimento estremista nato in Indonesia negli anni Quaranta. Formalmente è stato fondato il primo gennaio 1993 in Malaysia da Abu Bakar Bashir, direttore di una scuola coranica di Giava, e Abdullah Sungkar.
 
Da allora non ha mia smesso di perseguire il suo obiettivo dichiarato: instaurare uno Stato islamico in gran parte del Sud Est Asiatico. Nell’ultimo decennio la regione è stata appunto costellata di una serie di attentati e attacchi terroristici attribuiti alla Jemaah Islamiah, il più drammatico dei quali, a Bali nel 2002, costò la vita a 202 persone. L’ultimo attentato di ampie proporzioni avvenuto in Indonesia risale invece al 2005, quando, sempre a Bali, finirono nel mirino alcuni ristoranti della zona turistica.
  
Con l’appoggio di Stati Uniti e Australia, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, al potere dal 2004 e riconfermato in carica all’inizio del mese, ha condotto negli ultimi anni una lotta senza quartiere contro l’organizzazione, arrestando centinaia di attivisti e istruendo diversi processi per individuare e punire i responsabili dei suoi attacchi. Le esplosioni di ieri tuttavia suggeriscono che, malgrado gli sforzi profusi e i fondi investiti per smantellare le reti terroristiche e renderle inoffensive, la minaccia dell’integralismo continua a estendere la sua ombra sull’arcipelago di Giacarta.
 
Nonostante sia il quarto Paese più popoloso del mondo (con quasi 240 milioni di abitanti), e il primo per presenza di musulmani, l’Indonesia ha sviluppato un’identità condivisa basata su una lingua nazionale, una diversità etnica e un pluralismo religioso. L’inno nazionale indonesiano è emblematico in questo senso: Bhinneka tunggal ika significa letteralmente “Molti ma uno”.
  
Gli attentati di ieri, secondo gli analisti, mirerebbero appunto a incrinare l’immagine dell’Indonesia di Paese modello per il mondo musulmano, capace di compiere con successo la transizione da decenni di regimi autoritari alla democrazia, presentandosi al tempo stesso come nazione a maggioranza islamica ma ostile alle interpretazioni più intolleranti del Corano.
 
Proprio due giorni fa un dossier sulla sicurezza della regione elaborato dall’Australian strategic policy institute aveva giudicato possibili nuovi attacchi della Jemaah Islamiah. Tensioni ai vertici dell’organizzazione e il rilascio di alcuni suoi membri avrebbero spinto alcune frange scissioniste del gruppo a tentare di rivitalizzare il movimento organizzando appunto nuovi attacchi violenti. Se risultassero collegati al gruppo estremista, i fatti di ieri potrebbero confermare questa tetra ipotesi.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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