Chi vuole spegnere il sole del Belpaese
RINNOVABILI
— Quindici anni fa l’Italia era leader nella produzione di energia solare. Oggi gli ostacoli si chiamano burocrazia e miopia politica. L’appello: «Via la norma sull’Ici». —
E pensare che nel 1994 l’Italia era il primo Paese al mondo per la produzione di energia elettrica dal sole. Oggi abbiamo solo 460 MW di potenza fotovoltaica installata: un terzo di quella attivata nel solo 2008 in Germania (che in tutto ne 5.350 GW). Un quinto rispetto ai 2.500 avviati dalla Spagna l’anno scorso (raggiungendo 3.400 GW totali).
L’Italia - ormai è quasi inutile ricordarlo - sconta un grande ritardo sulle fonti rinnovabili: ma il settore è molto attivo, e la ripresa è possibile, arrivando addirittura, le stime sono del Politecnico di Milano, a superare i 60 GW di potenza installata al 2020. C’è però un “ma”. Si chiama imposta comunale sugli immobili ed è stata al centro dell’incontro, ieri a Roma, dedicato alla “Fiscalità del fotovoltaico”, organizzato da Assosolare con il contributo di Mx Group e con il supporto di BP Solar e la collaborazione di Sunpower.
«Al 2010 si stima una crescita a 1.200 MW» spiega Vittorio Chiesa, direttore dell’Energy&Strategy group del Politecnico di Milano. Secondo cui la cosiddetta grid parity (costo del kWh fotovoltaico uguale a quello convenzionale, indicatore del passaggio alla fase matura di un mercato energetico), verrà raggiunta molto presto: «Tra il 2015 e 2016 per i mercati domestico e industriale, nel 2018 per quello delle centrali».
Addirittura i tecnici stimano che la crescita potenziale teorica del fotovoltaico in Italia al 2020 sia pari a 66,5 GW (5,2 per le nuove abitazioni; 0,7 per i supermercati; 5,8 per le “serre solari”; 54,8 su terreni incolti). E veniamo agli ostacoli. Una risoluzione dell’Agenzia del territorio (la numero 3 del 2008), assimilandole alle centrali a turbina e inquadrandole come opifici, stabilisce che le centrali fotovoltaiche siano soggette all’Ici. Un costo rilevante, e soprattutto imprevisto, per gli investitori.
«Incide intorno ai 30mila euro per MW all’anno - spiega Gianni Chianetta, presidente di Assosolare - erodendo circa lo 0,5% del tasso di rendimento». L’impatto, è tale «da determinare uno scoraggiamento negli investimenti». L’associazione, dunque, «chiede all’Agenzia del territorio di riconoscere le peculiarità del fotovoltaico: occupa lo 0,03% del terreno, il resto è libero, e si può adibire a pascolo. E niente zavorre di cemento - continua Pianetta -. Per questo non può essere giudicato un immobile, non va accatastato e non dev’essere soggetto all’Ici». Categorico, tuttavia, Claudio Contardi, dirigente dell’Agenzia: «Ci limitiamo ad applicare la legge.
L’articolo 10 della legge 843 del 1942 afferma esplicitamente che i generatori di energia devono avere rilevanza catastale». Alza allora il tiro Marco Pinti, direttore Aper (Associazione produttori di energia da fonti rinnovabili): «Con una mano si incentiva il settore, con l’altra lo si penalizza con l’Ici. Una dicotomia scandalosa che va risolta: non dalle Agenzie, ma dal Parlamento. Bisogna aggiornare la normativa».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







