Cina, dietro ai fumi la battaglia ecologista
Anche quest’ultimo G8 si è concluso senza nessun passo avanti dal punto di vista dell’emergenza climatica, se non l’oramai noto richiamo a Pechino e Nuova Delhi per il rispetto degli impegni presi riguardo al taglio delle emissioni. Ma lontano dalla solita Cina nera di carbone e con i fiumi che muoiono prima di arrivare alla foce esiste un sempre più consistente movimento ecologico capitanato dalle Ong.
Fa uno strano effetto nominare le organizzazioni non governative in un regime autoritario come quello cinese, dove praticamente tutto è “governativo” per definizione; e l’effetto è ancora maggiore se le Ong a cui ci riferiamo operano nel campo della salvaguardia ambientale, nel quale la Cina viene citata quasi esclusivamente in termini negativi, quando non catastrofici. Paradossalmente è questo il miglior ambiente in cui sviluppare una coscienza civile ecologica, laddove lo sviluppo rapido e spesso senza regole ha sacrificato il rispetto per l’ambiente, con pesantissime ricadute sulla vita dei cittadini.
In Cina il fenomeno della partecipazione civile è recente: le prime Ong verdi, tra cui Friends of nature e il Bgv, sono nate a metà degli anni Novanta, dedicandosi inizialmente soprattutto all’educazione ambientale e alla salvaguardia della biodiversità; il governo non si oppose, vedendo probabilmente in esse un canale per un’ordinata partecipazione politica nonché un modo per soddisfare le richieste della comunità internazionale riguardo ai diritti dei cittadini.
Pechino però non ha nemmeno mai permesso che le Ong godessero di totale libertà: ogni associazione infatti è tenuta a registrarsi presso un istituto statale, al quale dovrà dunque rendere conto nel proprio agire. Il movimento si è però sviluppato rapidamente, se già nel 2003 erano un centinaio le organizzazioni registrate, e gli ultimi dati del 2008 ne contano oltre 2000.
Con il passare degli anni queste organizzazioni hanno riempito le lacune dell’apparato nella gestione ambientale, costringendo le istituzioni a una maggior trasparenza e rispetto delle leggi, funzionando come una sorta di coscienza critica agguerrita e in continuo movimento, finendo per essere rispettate ma allo stesso tempo temute, in particolare a livello locale, dove le amministrazioni spesso si preoccupano di poter vedere smascherate le loro mancanze.
Negli anni, infatti, gli obiettivi si sono evoluti, da quelli di una generale educazione civica fino a quelli più specifici della conservazione ed efficienza energetica, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dell’opposizione a progetti idrici che minacciano l’ambiente, fino ad arrivare all’assistenza legale di coloro che hanno subito danni a causa dell’inquinamento.
Tra le più attive in questo campo troviamo il Center for legal assistance to pollution victims: oltre a fornire assistenza legale ai cittadini, si propone anche di formare avvocati e giudici affinché abbiano gli strumenti necessari per muoversi nel complesso sistema della legislazione a riguardo, nonché maggior capacità professionale e istituzionale; negli anni si sono già occupati di oltre sessanta casi, un terzo dei quali conclusi in maniera vittoriosa per le vittime.
Di altro stampo l’azione del Global environment institute diretto da Jin Jiaman: partendo dal presupposto che non si possono risolvere i problemi ambientali separatamente da quelli sociali ed economici, il Gei crea e supporta progetti per lo sviluppo delle energie rinnovabili e la conservazione delle risorse naturali, in particolare nei contesti rurali dove l’efficienza energetica e l’agricoltura biologica possono permettere un significativo innalzamento della qualità della vita.
Questi sono solo alcuni esempi della galassia di associazioni che si muovono per la salvaguardia dell’ambiente, costrette però a far fronte ad alcune notevoli difficoltà: in primo luogo il contraddittorio rapporto con le autorità, a cui le organizzazioni devono rendere conto in termini di attività, personale e risorse economiche. Fintanto che permarrà l’obbligo di registrazione, il movimento sarà limitato nei numeri ma soprattutto in balia dei possibili cambiamenti del vento politico.
Altrettanto pressante è il problema del reperimento dei fondi: la maggior parte delle Ong cinesi vive grazie ai fondi delle Organizzazioni internazionali, delle multinazionali che vogliono migliorare la loro immagine o di agenzie di governi stranieri. Secondo Xiu Minli del Pacific environment’s China program le Ong cinesi mancano troppo spesso di un piano strategico chiaro che permetta loro di accedere ai fondi internazionali, il che le costringe a cambiare continuamente i propri staff con conseguenze gravi sullo sviluppo dei progetti.
La “lunga marcia” delle Ong cinesi è dunque soltanto all’inizio ma il fiorire di organizzazioni dalle università delle grandi metropoli fino alle contee disperse nelle lontane regioni interne è un segnale positivo di una nuova tendenza che in futuro avrà un peso considerevole.







