Dalla culla alla cella. Storie minori di reclusione forzata
INGIUSTIZIA
— Guardare il mondo dalle grate di un carcere dovrebbe essere vietato ai piccini. Eppure il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria registra 43mila figli di detenuti. Di fatto “imprigionati” per restare con i genitori. —
Sono più di 43mila i figli che in Italia sono costretti ad entrare in carcere per stare con i propri genitori. È quanto emerge dai dati rilevati dal dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria a fine 2008. A fare le spese della condanna degli adulti sembrano essere in particolare anche i minori, non colpevoli, che si trovano separati forzatamente e per un periodo di tempo più o meno lungo da un genitore, se non da entrambi.
Fino al compimento del terzo anno di età, i bambini hanno però la possibilità di vivere in carcere, reclusi anch’essi, nelle apposite sezioni Nido, e dopo? Nel caso in cui non siano applicabili delle misure alternative, e dunque il genitore debba scontare la pena all’interno delle case di reclusione, al minore non resta che vivere la separazione, limitando il rapporto con il padre o la madre ai momenti di incontro previsti dal regolamento.
«La separazione costituisce un grande fattore di rischio per lo sviluppo del bambino », spiega Maria Piccione, operatrice psicopedagogica dell’associazione Bambinisenzasbarre di Milano, «perchè potrebbe portarlo ad avere dei vissuti di abbandono, e quindi ad una scarsa autostima o a varie difficoltà come quelle relazionali». Proprio per favorire il mantenimento del rapporto tra genitori e figli in questo contesto si sono attivate associazioni come Bambinisenzasbarre.
«Noi abbiamo iniziato delle attività circa dieci anni fa, ma è solo dopo aver scoperto che in Francia esistevano associazioni come quella che volevamo fare noi che ci siamo finalmente costituiti », dichiara la presidente Lia Sacerdote. In Europa esiste infatti una forte rete di associazioni tutte impegnate sullo stesso tema, l’Eurochips, sostenuta dalla Fondazione olandese Bernard van Leer. «Essere parte di questa rete ci permette di avere momenti di scambio con realtà diverse e a volte più avanzate della nostra », spiega la presidente.
«In Italia il quadro legislativo è abbastanza avanti, grazie alle pene alternative o a norme che considerano i figli – dichiara –, ma in altre parti dell’Europa il problema della sicurezza ha un migliore connubio con l’aspetto pedagogico. Nel Nord, ad esempio, in alcuni casi gli agenti penitenziari sono anche psicologi o educatori». La situazione italiana non appare chiaramente monitorata, ma alcune realtà locali, come Bambinisenzasbarre a Milano e a Roma Insieme nella capitale, stanno sperimentando una serie di buone prassi e di progetti che raggiungano il minore e le figure adulte di riferimento.
Proprio in questo periodo le due associazioni si stanno mobilitando anche per costituire una rete nazionale, Relais Italia, con altre realtà simili. Tra le attività che Bambinisenzasbarre vorrebbe si diffondessero ci sono quelle che porta avanti per rendere più sereni i colloqui settimanali nello speciale “Spazio Giallo” del San VitL’operatrice: «Il distacco costituisce un grande fattore di rischio per i piccoli.
Può portarli ad avere vissuti di abbandono, una scarsa autostima e difficoltà relazionali» tore di Milano. Qui infatti circa 150 minori alla settimana possono attendere l’arrivo dei genitori in un contesto di gioco e di sostegno psicopedagogico. Al di fuori del carcere è invece attivo il “Punto Giallo”, una struttura aperta alle figure adulte che rappresentano un riferimento del minore all’esterno, aiutate sotto l’aspetto psicologico ma anche per l’orientamento tra servizi e procedure burocratiche.
Fondamentali sono senz’altro anche le attività svolte sia in carcere che fuori con il padre o la madre del minore, come ci tiene a sottolineare l’operatrice Maria Piccione: «Notiamo molta fatica da parte dei genitori a spiegare la verità, mentre la separazione va affrontata dandole un significato e soprattutto trovando delle parole che possano spiegare la situazione ai bambini».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







