Quanti dubbi su Porto Tolle. Ora il ministro chiarisca

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Alessandro Bratti (deputato Pd, Commissione Ambiente)
PORTO TOLLE Via libera alla conversione a carbone della centrale. Alessandro Bratti: "rappresenta una delle vicende meno trasparenti e contraddittorie che hanno caratterizzato l’operato di questo governo in materia di ambiente."

 
Il via libera alla conversione a carbone della centrale di Porto Tolle rappresenta una delle vicende meno trasparenti e contraddittorie che hanno caratterizzato l’operato di questo governo in materia di ambiente. In assenza di un Piano energetico, promesso dal ministro Scajola ma in realtà di fatto inesistente se non per la definizione di ipotetiche percentuali di produzione di energia primaria (25% rinnovabili, 25% nucleare e 50% gas, derivati del petrolio e carbone), si prendono decisioni in base a fattori contigenti tra cui le pressioni esercitate dai grandi produttori di energia piuttosto che a una scelta strategica per il Paese.
 
L’iter che ha visto la decisione di convertire la centrale di Porto Tolle è stato per lo meno strano, per non dire altro. L’istruttoria tecnica in sede di Commissione Via ha subito numerose battute di arresto in parte per la necessità di esaminare un progetto complesso, in parte perché questa operazione di conversione in base alle leggi vigenti non era possibile.
 
Proprio per la delicatezza dell’ecosistema in cui la centrale è collocata, il parco del Delta del Po, è necessario procedere a valutazioni approfondite non solo per le emissioni in atmosfera ma anche e soprattutto per l’impatto che il trasporto del combustibile e le infrastrutture collegate potrebbero avere su un’area che nulla ha da invidiare come bellezze naturali e attrattività turistica ad altre zone europee come le foci del Danubio o quelle del Rodano.
 
Ricordo che in maniera in realtà inusuale ma efficace, la procura di Rovigo ha condotto una serie di indagini tecniche poi riportate in un documento inviato alla Commissione per la Valutazione dell’impatto ambientale. Sarebbe interessante sapere se e quante di quelle osservazioni sono state considerate. In realtà il ministero dell’Ambiente è stato più volte invitato alla Camera a rendere pubblici i dati tecnici. Ad oggi, dopo varie sollecitazioni, non ha ancora risposto.
 
A questo si aggiunga che attraverso un provvedimento su cui il governo ha posto la fiducia, “Il decreto incentivi-quote latte”, si è provveduto a bypassare la legge regionale sul Parco (n 36/1997) che prevedeva la conversione solo a gas o altro combustibile a minor impatto ambientale. Anche in questo caso sarebbe stato più opportuno che fosse lo stesso Consiglio regionale veneto a decidere e non il governo.
 
Quindi una prevaricazione istituzionale quanto mai dubbia. Aspetto poi molto inquietante il fatto che in nome dell’“ambientalismo del fare” si buttino a mare in Italia tutte le conquiste ecologiste degli ultimi vent’anni, tra l’altro ampiamente consolidate nella giurisprudenza europea, togliendo le responsabilità in capo agli organismi tecnici qualificati delle valutazioni di impatto delle infrastrutture energetiche. Non dev’essere poi dimenticato che, riguardo alla qualità dell’aria, la pianura padana presenta fortissime criticità che le istituzioni preposte, dovranno risolvere in tempi certi così come richiesto dalla Commissione europea.
 
E nell’area padana, senza nessun tipo di programmazione, si continuano ad autorizzare impianti di produzione di energia, per lo più impianti a turbogas a ciclo combinato, che non contribuiranno certo a migliorare la qualità dell’aria a meno che non avvengano in sostituzione di quelli vecchi. Certo è probabile che l’impatto sulla qualità dell’aria dell’impianto di Porto Tolle a carbone sia minore rispetto alla vecchia centrale a olio, ma rimangono gli interrogativi sul perché, se questo è vero, vi siano tutte queste reticenze a mostrare e rendere pubblici i dati.
 
Credo che la vicenda della conversione a carbone di Porto Tolle vada ben oltre la discussione se il carbone può rappresentare oggi per l’Italia una scelta adeguata. In più, il grande entusiasmo legato alla possibilità di applicare il sequestro di carbonio (Css) come tecnologia all’avanguardia per interrare l’anidride carbonica emessa da questi grandi impianti, di fronte alle molte complicazioni tecniche si è di molto affievolito. Non si tratta di un iter trasparente né tanto meno virtuoso bensì di una vicenda caratterizzata da anomalie procedurali e da poca chiarezza.
 
Per poter puntare sulla qualità dello sviluppo industriale non si può prescindere dall’avere controlli ambientali rigorosi e procedure trasparenti che garantiscano a tutti i cittadini che non vi è un pericolo per la loro salute e per l’ambiente in cui vivono. Troppi incidenti sul lavoro e disastri ambientali sono accaduti in Italia proprio a causa di un mancato rispetto delle regole. Nel caso di Porto Tolle ancora molti dubbi e interrogativi rimangono. Al ministro il compito di rispondere!