Riscaldamento globale il tempo sta per scadere

Simonetta Lombardo
spiaggia.png

AMBIENTE
— L’Ipcc a Venezia per cinque giorni di studi. Le previsioni della scienza non hanno dubbi: «Ciò che ci aspetta è peggiore dello scenario più negativo già elaborato finora». —

Riparte da quattro, ossia dal quarto rapporto Ipcc del 2007, la scienza mondiale del clima, chiamata a raccolta a Venezia da ieri a venerdì per stabilire l’indice e l’ordine di importanza dei temi che rappresenteranno l’ossatura del quinto studio. Il panel di scienziati messi in rete dalle Nazioni unite, che negli ultimi due decenni ha chiarito all’opinione pubblica e ai decisori che «il cambiamento climatico è inequivocabile», stavolta si appresta a organizzarsi attorno a due principali novità: maggior spazio alla ricerca su quanto avviene nelle zone più critiche del pianeta - il Mediterraneo, i Poli, la foresta amazzonica e l’area monsonica indiana - e all’elaborazione di scenari a tempo più ravvicinato.

Non più quello che succederà nel 2100, ma nel 2020, al massimo nel 2030. Ormai lo hanno capito tutti: descrivere la situazione del pianeta alla fine del secolo in corso non è abbastanza per i calendari ravvicinati della politica, scanditi dal ritmo elettorale e dalla ricerca del consenso. Anche perché tutto sta succedendo più rapidamente di quanto si pensasse. «Il Mediterraneo è una zona critica del sistema climatico planetario », spiega a Terra il National focal point italiano dell’Ipcc, Sergio Castellari, annunciando un’iniziativa dei Paesi dell’Europa del Sud per realizzare un capitolo ad hoc del prossimo quinto rapporto.

«È un’area di confine dove gli impatti del mutamento in atto possono aumentare più di quanto si sia finora immaginato: ondate di calore ravvicinate, risorse idriche a rischio, agricoltura e foreste danneggiate». Come in tutti gli altri hot spot planetari (Antartico e Artico, aree monsoniche, foresta amazzonica, Groenlandia) nel mare nostrum «il feedback, la risposta al cambiamento climatico, potrebbe essere molto forte», spiega Castellari.

Ancora più forte del già crescente peso degli impatti: «Al momento di realizzare il quarto rapporto Ipcc molte situazioni non erano state ancora esplorate a fondo dalla scienza. Penso alla deglaciazione e alla crescita del livello dei mari, come a molti degli studi sulle macroregioni. Già a Copenaghen, un mese fa, gli scienziati chiamati a raccolta dalle maggiori università mondiali hanno anticipato che quello che ci aspetta è peggiore dello scenario più negativo elaborato finora dall’Ipcc.

Prendiamo la questione dei ghiacci: di fatto fino a pochi anni fa non era ancora scattata la deglaciazione estiva, o comunque non eravamo ancora in grado di documentarla. Ora sì». La conclusione appare ovvia. Il tempo che rimane è ancora più breve di quanto si immaginasse solo qualche anno fa. Per questo, pur tenendo ben separati gli ambiti - quello scientifico e quello politico - nello scoping meeting di Venezia si cercherà di capire quali sono i tempi su cui concentrare la capacità di previsione.

In altre parole, gli scenari, anche catastrofici, di quello che sarà il clima tra 90 anni non riescono a risvegliare l’attenzione del sistema politico: troppo lontano dal cuore e dalle cabine elettorali. «La comunità scientifica - afferma Castellari - sta elaborando scenari a tempi più ravvicinati. È evidente che alla politica oggi non interessa quello che succederà nel 2100, ma l’orizzonte del 2020 o del 2030 è dietro l’angolo ».

La scelta di tempi ravvicinati non ha solo a che vedere con la possibilità di incidere sulla governance mondiale. «Già nei precedenti rapporti dell’Ipcc è evidente che mantenere i due gradi di aumento massimo della temperatura media globale è un obiettivo ambizioso per non dire molto difficile. Già oggi abbiamo una crescita di 0,8 gradi rispetto all’era preindustriale: la finestra di azione che si para di fronte a noi è veramente molto stretta», conclude il responsabile italiano dell’Ipcc.

Così, l’agenda che il meeting sta affrontando fa i conti con altri aspetti finora poco approfonditi dal panel scientifico mondiale, a partire dal rafforzamento degli studi sugli impatti economici e sociali dei cambiamenti climatici. «Non tutto è monetizzabile», si legge nel documento elaborato dalla presidenza per il meeting, «è necessario separare gli impatti umanitari da quelli economici» e «pensare in termini globali».

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31