Settantadue ore per la democrazia

Gloria Ravidà
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HONDURAS
— Dopo la condanna internazionale, arriva anche l’ultimatum dell’Organizzazione degli Stati americani. Entro sabato i golpisti devono restituire i poteri al presidente. —

Settantadue ore per restituire a Manuel Zelaya i suoi poteri. È l’ultimatum che l’Osa, l’Organizzazione degli Stati Americani, ha rivolto al nuovo governo honduregno che nel fine settimana con un colpo di Stato ha deposto il presidente.

Se il termine non sarà rispettato scatterà immediatamente il meccanismo previsto dall’articolo 21 della Carta democratica interamericana, che prevede che «nel caso di cambiamento incostituzionale di un regime costituzionale che metta seriamente in pericolo l’ordine democratico di uno Stato membro, qualsiasi altro Stato membro, oppure il segretario generale, può richiedere la convocazione immediata del Consiglio permanente, affinché la situazione possa essere valutata congiuntamente e possano essere prese le decisioni e le misure ritenute necessarie».

La votazione della risoluzione è stata chiesta per acclamazione, e subito è esploso un applauso. Il segretario generale dell’Osa, José Miguel Insulza, è stato chiaro: «Non sarà l’Honduras a essere sospeso, ma i suoi usurpatori», aggiungendo che «portare via il presidente a spintoni in piena notte, per cacciarlo dal Paese, non è in nessun caso una forma accettabile per discutere di un tema politico».

Qualunque cosa accada fino a sabato, una cosa sembra essere certa: il presidente de facto Roberto Micheletti, che ha avuto anche la faccia tosta di ringraziare la Chiesa e l’esercito, per adesso non molla, malgrado la condanna unanime della comunità internazionale e l’isolamento cui va incontro. E già si è messo al lavoro per il banchetto di benvenuto a Zelaya. In un primo momento infatti il ritorno del presidente deposto era previsto per oggi, e già erano scattate le minacce dei golpisti: «Zelaya sarà arrestato».

Oltre al coprifuoco e all’oscuramento dei mezzi di comunicazione, sono state inoltre prese misure per bloccare le manifestazioni previste per il ritorno, con tanto di sequestro da parte dei militari dei mezzi di trasporto per impedire alle persone di raggiungere Tegucigalpa, anche se molti si erano già messi in marcia a piedi. Non essendo riusciti a convincere nessuno del fatto che Zelaya stesse cercando di impadronirsi del potere a vita, né del fatto che egli stesso avesse rinunciato al suo incarico, e neppure che il Paese stia attraversando un processo di transizione legale, i golpisti hanno iniziato a sciorinare altre giustificazioni, affermando d’essere in possesso di un mandato di cattura.

Anche un avvocato alle prime armi potrebbe far notare però a Micheletti che un ordine giudiziale di questo tipo richiede un processo e non può essere eseguito con un prelievo alle prime luci dell’alba e una deportazione in un altro Paese. Non contento, il nuovo ministro degli Esteri Enrique Ortez, ha accusato il deposto presidente honduregno di traffico di droga dichiarando che «in Honduras ogni sera atterravano aerei che trasportavano ingenti quantità di denaro, frutto del traffico di droga».

Il Paese è nel caos. C’è anche chi ritiene che Zelaya sia resposabile della povertà e della disoccupazione. Una domanda attraversa il continente latinoamericano, la stessa che Zelaya ha immediatamente posto: «Obama ci sei tu dietro?» La risposta della Casa Bianca è stata «No» e, dopo una prima dichiarazione di «preoccupazione », è arrivata la condanna del presidente.

Per qualcuno però non è così: alcuni documenti prodotti da organizzazioni sociali sostengono che gli Usa fossero informati e che tutto il loro personale avesse abbandonato il Paese. In una lettera al segretario generale dell’Osa il premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel ha scritto: «Le forze armate non agiscono senza il consenso del Pentagono e della Cia». Per alcuni è un vecchio film: un Paese latinoamericano si sposta a sinistra e un golpe lo riporta a destra.

Questo è il primo colpo di Stato dell’era Obama, e la capacità di reazione dell’America Latina è stata ineccepibile. Un fronte comune di condanna che mostra quanto questo continente stia cambiando attraverso un processo di integrazione che non è solo economico ma che, come dimostra questa circostanza, sa essere anche politico. Adesso per Obama è il momento giusto per dare il segnale che la politica Usa verso il Sud del continente è veramente cambiata.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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