A spasso per il mondo sulle mitiche tre ruote

Franco La Cecla
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IN VIAGGIO
Un antropologo e architetto di rango insieme a un fotografo sulle tracce dell’Ape. Da Nord a Sud, che si chiami Lapa, Tuk-Tuk o Gua Gua, è sempre lei, l’inossidabile. Che malgrado l’età continua ad andare forte.

 
Se andate ancor oggi nei villaggi di vignaioli vicino a Losanna, scoprirete che per il trasporto dei carichi pesanti e, durante la vendemmia, dell’uva appena tagliata, viene usato un mezzo a tre ruote chiamato comicamente tracasser. Le tre ruote consentono il binomio maneggevolezza/ bassa o minima velocità. Il manubrio che dirige l’Ape somiglia al manubrio di una bici e sembra che a guidarla sia qualcuno che è quasi in piedi, o che può mettere i piedi fuori appena è necessario.
 
L’Ape offre un rapporto fragile tra fuori e dentro e tutte le magnifiche trasformazioni dei Tuk-Tuk in India, in Egitto, in Asia e in America Latina giocano sull’ironia di un abitacolo che non è mai veramente un «dentro». Il traffico intorno a voi, con vacche, elefanti e dromedari, sciami di bici, Tata Cars, marciapiedi, fruttivendoli, elemosinanti, è a due centimetri dalla vostra faccia e solo apparentemente ne siete separati.
 
La differenza tra questo e un risciò è che non c’è la fatica umana di fronte a voi e il mezzo vi dà la dignità di essere un po’ meno colonialisti, una dignità messa in ironia dal fatto che siete seduti in un apparente veicolo, con un lunotto posteriore di plastica circondato da santini di madonne o da sticker di Shiva e Parvati. L’arredamento interno di un Tuk Tuk ricorda una tenda da bedui no, con frange, tappetini, dipinti rustici sul soffitto, a distinguere il vostro ruolo da quello più robusto del driver, che nel frattempo fa a pugni con la voce e le mani con il traffico circostante che non lo prende sul serio.
 
Lui è un tassista a suo modo, ha spesso un tassametro ma la strada corre talmente vicina ai suoi piedi che il ricordo dei pedali del cyclo è ancora vicino e mina costantemente il suo ruolo di tassista. C’è un discorso a parte da fare sul nome Tuk-Tuk, che ricorre dal Guatemala all’Egitto e che è ovviamente un’onomatopea che individua il carattere più saliente della tre ruote, e cioè il rumore staccato del suo motore, che può diventare infernale, ma soprattutto quella fragilità di ferraglie che vibrano tipica della capacità di un motore modesto spinto al limite delle prestazioni.   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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