Uiguri, ancora proteste per le strade di Urumqi

Paolo Tosatti
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CINA
— Imposto il coprifuoco nella capitale dello Xinjiang. Arrestate 15 persone implicate negli scontri dei giorni scorsi. La Casa Bianca esprime «profonda preoccupazione». —

Un altro giorno di proteste ha scosso le strade e le piazze di Urumqi, la capitale della regione cinese dello Xinjiang. Nella mattina di ieri centinaia di cinesi di etnia han hanno marciato armati di bastoni, vanghe e machete verso il centro della città. Cantando l’inno nazionale si sono diretti verso i quartieri musulmani uiguri, distruggendo le vetrine dei negozi, costringendo le autorità a intervenire per disperderli con gas lacrimogeni e a decretare il coprifuoco.

Sempre nella mattina circa 200 persone di etnia uigura, in prevalenza donne, sono scese in strada per chiedere notizie dei propri congiunti, arrestati o scomparsi dopo i moti di due giorni fa. La polizia le ha tenute sotto controllo, evitando qualsiasi scontro tra le due fazioni. Secondo quanto riferito dall’agenzia Nuova Cina, le forze di sicurezza hanno arrestato 15 persone implicate nei violenti incidenti che nei giorni scorsi hanno causato 156 morti e 1.434 arresti.

Pechino ha accusato la dissidente uigura in esilio Rebiya Kadeer di aver organizzato la manifestazione di domenica con l’obiettivo di separare il Xinjiang dalla Cina. La donna ha smentito le accuse e, in un comunicato diffuso sul web, ha affermato di «non aver mai chiesto a nessuno di dimostrare in piazza».

La protesta si è estesa anche fuori del Paese: in Olanda e in Germania le sedi diplomatiche cinesi sono state attaccate con lanci di pietre e molotov da parte di attivisti filo uiguri. La Casa Bianca, per bocca del portavoce Robert Gibbs, in visita a Mosca, ha espresso «profonda preoccupazione» per quanto sta accadendo nella regione, sollecitando la massima moderazione.

Quello in atto in questi giorni nello Xinjiang è uno schema già visto, e che torna a ripetersi con la precisa efficienza che solo una macchina repressiva a lungo rodata può assicurare. La scorsa estate a cadere tra i suoi ingranaggi sono stati i tibetani, adesso è la volta degli uiguri.

«Le pressioni e le violenze dirette nei loro confronti sono una risposta non politica ma militare alla crescita delle richieste che questa popolazione, sulla scia del popolo del Tibet appunto, ha iniziato ad avanzare a Pechino», spiega il senatore radicale Marco Perduca. «Se prima le loro rivendicazioni avevano una portata limitata, adesso il loro obiettivo è diventato un’ampia autonomia, cui si accompagna il riconoscimento di maggiori diritti».

Rispetto ai tibetani esistono però alcune differenze: «Quello dei cinesi turcofoni non è un movimento che si è sviluppato nel corso di oltre mezzo secolo. Inoltre gli uiguri non hanno una guida carismatica come il Dalai Lama, capace di portare le loro istanze all’attenzione della comunità internazionale».

In questa situazione Pechino intende lanciare un messaggio forte alla leadership dissidente, bloccando sul nascere qualsiasi velleità di autonomia. «La Cina teme che le rivendicazioni avanzate da gruppi minoritari possano diventare la base per richieste da parte dell’intera popolazione: oggi nel Paese non esiste un contadino o un lavoratore che non desideri più diritti e più democrazia».

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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