Xinjiang, è una strage

Versione stampabileInvia a un amico
Bruno Picozzi
cina.png
CINA — Mentre il premier cinese Hu Jintao è in visita ufficiale a Roma, almeno 140 persone sarebbero rimaste uccise durante la repressione della comunità islamica. Napolitano: «Attenzione ai diritti umani». E Berlusconi rimane in silenzio. —

Con parole vellutate e leggere, pronunciate «nel massimo rispetto delle ragioni cinesi, e dell’integrità e autonomia di decisione della Cina», il presidente Napolitano si è permesso di far notare al premier cinese Hu Jintao, in visita a Roma, che il rispetto dei diritti umani non è un’esigenza trascurabile di fronte al progresso e allo sviluppo. Berlusconi invece di questo non si è né occupato né preoccupato.

Al nostro governo, modello di efficienza, e ai nostri industriali interessano solo le relazioni commerciali tra i due Paesi e non questioni banali e interne come i 140 morti, gli 828 feriti e le diverse centinaia di persone arrestate solo due giorni fa, in seguito agli scontri nel Nordovest della Cina tra manifestanti appartenenti alla minoranza uigura e forze di sicurezza.

La tragedia era nell’aria quando, domenica scorsa, migliaia di giovani uiguri sono scesi per le strade di Urumqi, capitale della provincia autonoma dello Xinjiang, anche conosciuta come Turkestan orientale, protestando per quanto avvenuto pochi giorni fa in una fabbrica nel Guangdong, un’altra regione nel lontano Sud della Cina. Lì esponenti dell’etnia maggioritaria han e immigrati uiguri si erano scontrati a causa di un’accusa di violenza sessuale ai danni di una ragazza han e due lavoratori provenienti dal Nord erano rimasti uccisi.

Per questo i giovani uiguri dello Xinjiang hanno preso di mira la comunità han, incendiando auto, negozi e case private. Secondo i funzionari del governo cinese, dietro i tumulti vi sono i servizi segreti occidentali e il Congresso mondiale uiguro (Wuc), organismo politico indipendentista membro dell’Unpo, Unrepresented nations and peoples organization. «I disordini sono un evento anticipato e organizzato dalla criminalità violenta.

Essi sono promossi e diretti dall’estero, e realizzati da fuorilegge nel Paese», recita una nota ufficiale. Dietro la rivolta vi è invece la crescente rabbia degli uiguri contro le politiche di cinesizzazione del governo centrale, vicine all’etnocidio, e contro la posizione dominante dell’etnia han in tutti i settori dell’economia. Gli uiguri, musulmani e turcofoni, sono circa 9 milioni e rappresentano uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Cina.

La provincia autonoma dello Xinjiang, da loro abitata, si affaccia sulla valle di Fergana, all’incrocio tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, zona di petrolio e di contrabbando di armi e droga con Afghanistan e Pakistan. Qui proliferano i nuovi estremisti islamici, pragmatici e affaristi, che attraversano a piacimento gli effimeri confini lasciati in eredità dal gigante sovietico. La questione uigura è antica e in molti aspetti simile a quella tibetana.

Le due etnie non si sono mai integrate con la maggioranza han e decine di rivolte si contano contro le dinastie imperiali, sebbene Pechino tenti in ogni modo di riscrivere la storia, cancellare ogni traccia sia dell’antico impero turcomanno che del regno dei Dalai Lama, e dimostrare che Tibet e Turkestan orientale, un terzo circa della Cina attuale, sono cinesi da sempre. Da anni gli uiguri denunciano forti limitazioni per l’esercizio della fede musulmana, persecuzioni violente, arresti arbitrari e condanne a morte immotivate.

Periodicamente la regione si infiamma e le cronache lasciano filtrare racconti di violenze del tutto prevedibili. Per la Cina il contrasto delle aspirazioni degli uiguri è questione di vita o di morte. Se i movimenti indipendentisti dovessero acquistare forza il Paese potrebbe disintegrarsi come successe all’Urss. Ora, dopo la tragedia di domenica, la situazione è considerata sotto controllo.

Le autorità locali hanno chiuso al traffico gli accessi ad alcune zone della provincia autonoma; come se non bastasse, i punti chiave del territorio sono presidiati dall’esercito e l’accesso a internet a Urumqi è bloccato. La questione fondamentale rimane sul tavolo, senza soluzione, in attesa della prossima rivolta. Ma gli affari con il nostro Paese vanno a gonfie vele e, in tempi di crisi, possiamo rallegrarcene tutti.