I talebani: «Venti kamikaze pronti ad attaccare i seggi di Kabul»

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Gloria Ravidà
AFGHANISTAN Circa 17 milioni di persone sono chiamate alle urne per le presidenziali e le provinciali. Dalla capitale al distretto di Shorabak, da Sharana a Herat; ieri gli studenti di Dio hanno usato ogni mezzo per seminare il panico

 
Che le elezioni di oggi in Afghanistan sarebbero state travolte da un’escalation di violenza era stato previsto da analisti, alti comandi militari e politici. Che i talebani avrebbero usato ogni mezzo per impedire ai circa 17 milioni di afgani di recarsi alle urne per scegliere uno tra i 15 candidati alla presidenza e rinnovare 420 consiglieri in 34 province era risaputo, soprattutto dopo i loro ripetuti avvertimenti, ultima la minaccia di tagliare orecchie, nasi e dita agli elettori. E ieri è stata una vigilia di sangue. A cominciare dalla capitale. Kabul è stata teatro del terzo grosso attentato nel giro di tre giorni. Un commando di miliziani islamici con cinture imbottite d’esplosivo si è asserragliato all’interno di una agenzia della Pashtani Bank, nel centralissimo quartiere di Jadi Maiwand, vicino a un mercato, minacciando di farsi saltare in aria.
 
Quasi mezz’ora di violenti scontri, sfociati in una sparatoria all’interno dell’edificio, hanno provocato la morte dei tre ribel li e di altrettanti agenti della polizia afgana. In un primo momento il ministero dell’Interno aveva riferito di «un’azione di ladri o rapinatori », versione poi smentita da un portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahed, che ha rivendicato l’attacco, dichiarando che i poliziotti uccisi sarebbero 14 e lanciando un’ulteriore messaggio d’avvertimento: una ventina di combattenti e di kamikaze del movimento fondamentalista sono a Kabul, nell’attesa di un ordine per attaccare i seggi. Il portavoce ha anche ribadito l’invito a disertare le urne, affermando, ancora una volta, che tutte le strade del Paese saranno bloccate. Kabul è pattugliata giorno e notte dalle forze dell’ordine, che setacciano ogni angolo alla ricerca dei guerriglieri, mentre le esplosioni non accennano a placarsi. Sempre ieri, una bomba nascosta in un carretto tra la grande moschea e lo stadio, ha ucciso due persone.
 
Nonostante i 250mila osservatori inviati dalla Commissione indipendente per le elezioni in Afghanistan e i 120 uomini della Ue, oggi non sarà facile garantire la tranquillità e neanche ricevere notizie dal Paese: il governo afgano infatti ha chiesto un black out dell’informazione sugli attentati, minacciando di espellere i giornalisti stranieri e di chiudere le emittenti locali. Obiettivo: evitare il dilagare del panico e la bassa affluenza alle urne. Obiettivo non facile, considerato che solo nella giornata di martedì sono morte, in tutto il Paese, 33 persone. E che di ora in ora il bilancio dei morti continua a salire. Nel distretto di Shorabak, in provincia di Kandahar, il veicolo su cui viaggiavano due scrutatori, diretti ai seggi per i preparativi del voto, è stato travolto dall’esplosione di un ordigno e, sempre nella stessa zona, un’altra bomba ha ucciso un capo tribale e il governatore del distretto di Registan. Ancora un’esplosione, a Sharana, ha ammazzato cinque civili. Il tutto sempre nella giornata di ieri. Le forze della Nato sostengono che solo l’1 per cento delle sedi elettorali è sotto il rischio di un attacco talebano. Ma il nervosismo c’è, eccome. Nel solo mese di agosto sono morti almeno 45 soldati stranieri. Non solo, ma il “fuoco amico” avrebbe, secondo il governatore della provincia di Ghazni, sbagliato bersaglio: nel corso di un’operazione contro i ribelli alcuni elicotteri della Nato avrebbero colpito un posto di blocco della polizia afgana, uccidendo almeno 4 poliziotti.
 
E mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini definisce l’Afghanistan «la priorità numero uno della nostra politica estera», il generale Rosario Castellano, comandante del Regional command West di Herat, riferisce che ieri mattina le forze locali e quelle italiane hanno catturato «una ventina di insorti», nel corso di un’operazione che aveva l’obiettivo di smantellare l’organizzazione del capo talebano Ghulam Yahya, ancora latitante.