Il contagio della paura e quello del virus. Un reportage da Londra

Nicola Mirenzi da Londra
virus.png

GRAN BRETAGNA Sono 100mila i casi accertati di pandemia nel Regno Unito su una popolazione di 61 milioni. I morti sono stati finora 30. Il governo ha lanciato una campagna di prevenzione e avverte che in autunno la situazione è destinata a peggiorare tra soggetti già predisposti perché deboli. Nella metropolitana può capitare di scorgere qualcuno con la bocca coperta da una mascherina igienica, quasi fossimo nel reparto malattie infettive dell’ospedale. Sembra il presagio dell’apocalisse, invece è solo timore. La vaccinazione di massa sarà un grande business farmaceutico?

 
Sulle vetrine dei negozi gli adesivi informano che gli sconti arrivano fino al 70%. Così nelle strade centrali di Londra la folla brulica e compra a non finire, rendendo grazie agli effetti collaterali della crisi economica. Non c’è traccia dell’influenza suina. Almeno così sembra. Le persone camminano stringendo le buste dello shopping in mano. Mentre sotto l’ascella custodiscono il quotidiano gratuito, distribuito fin dal primo pomeriggio in ogni angolo della città. Gli occhi curiosano le prelibatezze offerte dalla moda in saldo.
 
E prima di concedersi un attimo di tregua seduti al tavolino di un bar, bevendo un tea e sfogliando il giornale, sembra tutto normale nella capitale del Regno. L’isteria suina scoppia appena lo sguardo si concentra sulla prima pagina. Nella settimana scorsa i casi di contagio nel Regno Unito sono raddoppiati. Sono passati cioè da 50mila a quasi 100mila. Mentre i morti a causa del virus sono saliti a 30. È un dato tutto sommato ridotto, se si pensa al numero complessivo della popolazione britannica: 61 milioni.
 
 
Senza considerare poi i toni da nuova peste con i quali alcuni mezzi di comunicazione raccontano la diffusione del virus. Basterebbe domandarsi quanti morti fa l’Aids in Africa, o la malaria, per capire di cosa stiamo parlando. Certo, le proporzioni appaiono ciniche quando si ha a che fare con la vita delle persone. Ma gonfiare le bolle emotive lo è altrettanto. I soggetti già deboli La penultima persona a morire è stata una ragazzina di 6 anni, Chloe Buckley, scozzese. Il referto medico spiega che le è stato letale «lo shock settico causato da una infezione alle tonsille», confermando ciò che gli specialisti sanno da tempo: ovvero che il pericolo vero non è l’influenza in sé, ma i rischi connessi al peggioramento delle condizioni di soggetti già deboli.
 
Nella stragrande maggioranza dei casi, in effetti, essere contagiati significa solamente passare una settimana a casa con la febbre alta, mal di testa, gola infiammata, vomito e diarrea. L’ha raccontato sul Times Sarah Vine, una giornalista che ha contratto il virus. «Mentre scrivo - si legge nell’articolo - il mio cervello è come se ruotasse delicatamente, fluttuando in modo incerto nella cavità del mio cranio». Per il resto, tanta televisione, moltissime bevande calde e soste in bagno che «è meglio lasciare alla vostra immaginazione».
 
Il punto è che ci sono persone ad alto rischio. Sono quelle con malattie croniche ai polmoni, ai reni, al cuore. Anche alcun disturbi neurologici sono catalogati come pericolosi. Così come il diabete o le patologie che abbassano le difese immunitarie, per esempio l’Aids. Nelle categorie a rischio sono anche inclusi i bambini al di sotto dei 5 anni, gli anziani e le donne incinte. Per il resto della popolazione, è solo un’influenza più dura del solito. Ma nella metropolitana, in piedi di fronte all’uscita, capita di scorgere qualcuno con la bocca coperta da una mascherina igienica, quasi fossimo nel reparto malattie infettive dell’ospedale.
 
Sembra il presagio dell’apocalisse, invece è solo panico. E anche se è solo una ristretta - ristrettissima - minoranza quella che adotta comportamenti straordinari, succede che il contagio della paura diventi molto più veloce di quello del virus. Alcuni turisti optano per tutte le precauzioni possibili e immaginabili, probabilmente spaventati dai messaggi ansiogeni che una parte dei media diffondono nelle loro nazioni. Molti di questi sono italiani.
 
Mentre sono in fila per fare il biglietto allo sportello della stazione metropolitana di Oxford Circus, al centro, m’imbatto in un drappello di studenti in gita. Sono una ventina. Hanno 16, 17 anni. Tre ragazze tra questi indossano la mascherina salvavita. Mentre una si arrotola la sciarpa marrone sul volto, come se si stesse coprendo prima di lanciare una molotov in una manifestazione degli anni Settanta. Vengono da Firenze. Il panico italiano Mi era già successo del resto d’incrociare turisti italiani che sudano freddo per le strade di Londra.
 
Pochi giorni prima un altro gruppo di studenti mi si è parato davanti. Dall’accento, questi, sembravano napoletani. Erano quindici, forse sedici. Tra di loro, due ragazze indossavano la mascherina. Erano le uniche nel giro di qualche chilometro, tra migliaia e migliaia di persone. E forse c’è una relazione tra questi comportamenti d’esportazione e la fascinazione dell’informazione italiana per le storie da fine del mondo.
 
Predilette, quando il sole picchia. Bastava dare un’occhiata alle foto pubblicate dal sito internet di Repubblica, che mostravano primi piani molto stretti di turisti dotati di mascherine di protezione, simili a quelle che Michael Jackson indossava nelle sue ultime apparizioni per ripararsi dai batteri presenti nell’aria. Raffigurata così, Londra sembra una città sotto assedio. Invece d’assedio è stata presa solo la linea telefonica attivata per accertare se ci siano o meno i sintomi del virus H1N1. Il numero è stato messo in funzione meno di una settimana fa.
 
Nello stesso momento sono incominciate ad apparire le fotografie che ritraggono bambini, uomini e donne sorpresi mentre, pericolosamente, fanno ecciù. Hanno tutti gli occhi chiusi, mezza mano davanti alla bocca e uno spruzzo di saliva che esplode e sembra ti stia finendo addosso. Sono attaccate sui muri affianco alle scale mobili della metropolitana, negli autobus, nelle stazioni, insomma nei luoghi pubblici molto frequentati. Li trovi proprio affianco ai manifesti che pubblicizzano l’Orangina, il London Evening Standard e l’ultimo film di Lars Von Trier, Antichrist. Sopra si legge: «Germi. Fuori in un secondo, in giro per ore».
 
È il titolo scelto per la campagna informativa del governo, con la quale è stato appunto lanciato il National Pandemic Flu Service (Nphs). Un servizio che comprende un sito internet appositamente dedicato all’influenza e il numero di telefono gratuito (anche se il Times ha accusato la Vodafone di aver fatto pagare gli utenti che chiamano dal telefonino). Chi crede di aver contratto il virus può chiamare o collegarsi all’indirizzo internet per accertare che sia effettivamente così.
 
Appena messa in funzione, la pagina web è stata bombardata di visite. Troppe perché le reggesse - si è oscurata quasi immediatamente. È stata ripristinata qualche ora dopo, contando ben 2.600 clic al secondo. Il governo ha dovuto promettere che aumenterà la capacità del portale. Mentre diventava chiaro che molti degli utenti collegati al sito internet dedicato alla swine flu, più che constatare di averne i sintomi, erano curiosi di vedere come funzionasse.
 
Diagnosi via internet Il procedimento è semplice. Nel caso una persona creda di aver contratto l’influenza suina deve collegarsi al sito internet e compilare un questionario, che rivela se ci sono o meno tutti i sintomi del virus. In caso positivo, verrà attribuito un codice, con il quale un amico sano del paziente può andare al più vicino centro di distribuzione e ritirare i medicinali (il Tamiflu va per la maggiore). Se invece si preferisce chiamare telefonicamente, dall’altra parte della cornetta una persona farà più o meno le stesse domande.
 
Ma non sarà né un medico né un infermiere né un professionista specializzato. Quelle che lavorano al servizio nazionale contro la pandemia sono tutte persone che fino al giorno prima erano impiegate in un call center qualsiasi (ottenendo più o meno la stessa retribuzione). E così nessuno di loro è in grado di fornire un servizio superiore al semplice fare le domande e registrare le risposte. I conservatori e i liberal democratici stanno criticando duramente il governo per la lentezza con la quale ha risposto all’emergenza. Secondo loro, l’Nphs doveva essere attivato molto prima di quanto è stato fatto. Dicono che c’erano tutte le condizioni per doverlo e poterlo fare.
 
A dargli man forte, martedì scorso è arrivato un rapporto pubblicato dalla Commissione scienza e tecnologia della Camera dei Lords, nel quale si legge che il Regno Unito potrebbe risultare impreparato a fronteggiare la seconda ondata di diffusione del virus, quella che si attende in autunno. È questo l’appuntamento che in realtà più preoccupa gli esperti. Perché potrebbero risultare insufficienti i posti letto per i malati gravi; perché nel fiorire dei mali stagionali potrebbe rivelarsi difficile distinguere chi ha contratto il virus H1N1e chi no. Per il momento, l’unica cosa certa è che la paura sta facendo fruttare molti soldi.
 
La casa farmaceutica Roche, ha aumentato le vendite del Tamiflu del 200 per cento La stessa percentuale del decollo di vendite della Pz Cussons, che produce il sapone liquido Carex, usato per lavarsi le mani molto attentamente, come consiglia il governo. Anche la Reckitt Benckiser, che fabbrica il Dettol, un prodotto usato per ripulire la casa dai germi, ha ammesso che i profitti sono aumentati del 32% negli ultimi sei mesi. La GlaxoSmithKline invece sta lavorando al vaccino contro il virus, che dovrebbe essere pronto a settembre.
 
Il direttore generale della casa farmaceutica ha spiegato al Guardian che attualmente sono aperti colloqui con cinquanta Paesi per firmare contratti di fornitura. Sedici sono stati già conclusi, tra cui quello con l’Inghilterra. Si parla di molti, moltissimi soldi. Anche se non tutti sono convinti dell’utilità della vaccinazione di massa. Alcuni analisti segnalano i pericoli degli effetti collaterali, che paradossalmente potrebbero rivelarsi più dannosi per la salute. Ma la paura monta. E la vita val bene un’iniezione.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31