Il voto è degli uomini

Annalena Di Giovanni
Afghanistan.png

AFGHANISTAN Oltre 70 attentati, un numero imprecisato di vittime, affluenza tre volte più bassa rispetto alle ultime elezioni, minaccia talebana sempre più forte. E il presidente uscente Karzai potrebbe farcela, anche se non al primo turno

 
Da stamani abbiamo avuto 15 razzi contro il seggio, ma c’è stato comunque chi è venuto a riempire la scheda», spiegava ieri, ai microfoni dell’Institute for war and peace reporting, Mullah Abdul Salaam, governatore del distretto di Musa Qala. «Peccato che le donne non possano votare. Avevamo soltanto seggi per uomini, qui. Dovranno restare a casa». È l’Afghanistan del dopo “Libertà duratura”, la missione che aveva promesso di liberare dal burqa centinaia di migliaia di ragazze dagli occhi grigi e dalla pelle scura, o almeno così ce le immaginavamo. Oggi il burqa, in alcune province, è più diffuso di prima. Unica novità: le urne sparse per il Paese, i manifesti elettorali, l’attenzione della stampa estera. Ma se le donne di Kabul o di Herat adesso il burqa ce l’hanno, per così dire, anche sulla carta, lo devono proprio alla democrazia.
 
L’ultima mossa di Karzai per aggiudicarsi il voto rurale è stata quella di togliere di fatto la personalità giuridica alle donne. Con una legge che ne affida la patria potestà ai parenti maschi: non ci si sposa, non si lavora, e non si esce neanche di casa senza il permesso del padre o del marito o del figlio. Lo stupro è depenalizzato, quello perpetrato dal coniuge è legale. Non è certo questo, ciò che le bombe della forza multinazionale avevano promesso. Di una simile incongruenza sono simbolo donne come Akmina, pashtun di 42 anni, candidata per un seggio nella provincia di Khost. In lizza per rappresentare un territorio a ridosso dell’esplosivo Waziristan pakistano, Akmina la sua campagna elettorale se l’è fatta in pantaloni, casacca, e kalashnikov a tracolla. Travestirsi da uomo era l’unico modo per uscire da casa: nel Khost si perde l’onore e anche la vita semplicemente per aver rivolto la parola a un non familiare. Ad arrangiarsi, come Akima, anche altre 322 candidate. Oltre alla presidenza c’erano in palio 420 scranni di consigliere provinciale, allocati fra i 34 distretti in cui è diviso il Paese. Improbabile che Akmina e le altre passino il turno. Neanche i 220 milioni di dollari dati dalla Comunità internazionale per convincere gli afgani a votare sono bastati a togliere la paura e l’amarezza ai 17 milioni di potenziali elettori di ieri. Pur non essendo una donna, il presidente uscente Hamid Karzai non se la passa meglio.
 
 
Caduto dai favori americani dopo che l’Afghanistan, da Paese “pacificato”, si è trasformato in un caos di narco-colture e di retrovie talebane, Karzai sa bene che gli Usa preferirebbero uno dei due candidati di punta: l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, oppure il fuoriusci to della Banca mondiale, Ashraf Ghani. Il presidente uscente è comunque dato come vincitore. Ma il problema, per lui, sarà farcela al primo turno: gli ci vorrebbe almeno il 51 per cento dei voti per farsi annunciare vincitore sabato mattina. Alle elezioni del 2004 ce la fece con il 55 per cento. Ma erano altri tempi, l’Afghanistan era molto più tranquillo e lui era ancora fresco e promettente, con una esigua quindicina di candidati rivali, contro gli oltre 30 di questa tornata. Soprattutto, l’affluenza fu tre volte superiore a quella di ieri. Nonostante il 95 per cento dei seggi sia stato annunciato come aperto, tribù e talebani ne hanno chiusi a centinaia. Sono 73 gli attentati ammessi ieri, ancora incerto il numero dei morti. Razzi che entravano dalla porta non appena si dava il via al voto, impiccagioni nel centro di Kandahar per due ignari sorpresi col dito vio la, minaccia di taglio di dita e naso, disillusione. Tutto ha contribuito a spopolare i seggi. Puntuali, sui media occidentali, le inchieste sulle frodi elettorali e, ancora una volta, Karzai è il principale accusato. Ma è difficile tracciare la linea della frode fra una scheda elettorale comprata per 10 dollari e riempita al posto di chi non sa leggere e scrivere, e la coercizione di un capo tribale che impone a tutto il villaggio di votare per Karzai. Hamid si prepara comunque a farcela. Che agli americani piaccia o meno.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31