Non violenti come noi

Carlo Patrignani
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L’INCONTRO Il leader storico dei Radicali, intollerante al buonismo, non si lascia incantare dalla querelle Vaticano-Lega. E punta il dito contro la cultura che impedisce di pensare l’altro come essere umano uguale per nascita.

Scappano dalla «gigantesca prigione», l’Eritrea, come l’ha definita il recente rapporto di Human rights watch, un Paese governato da un regime dittatoriale dove ha diritto d’esistere solo il Fpdj, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia del “marxista” Isais. Qui è in atto da tempo, secondo il rapporto di Hrw, una disumana «crisi dei diritti umani». Cercano, nella fuga, libertà, lavoro, un po’ di benessere: sanno di partire, non sanno mai se arriveranno vivi.
 
«Mi chiedo perché a questi disgraziati non sia concessa una ripresa, un’intervista televisiva per far vedere alla gente, alla nostra gente, il loro dramma: invece sei costretto a sorbirti i sermoni del buonismo. Non ne posso più di questo buonismo, di merda, lasciamelo dire! Appena ti volti, ti guardi attorno, registri amaramente il messaggio: brutta razza nera, africana e puzzolente, devi morire! Non ci sto, mi ribello ». A cosa? «Alla presunta superiorità della razza bianca». Si ferma un attimo Marco Pannella, gli occhi gli si sono un po’ arrossati, sembra che rifletta. Non lo scalfisce il tormentone ChiesaLega.
 
Poi, lentamente scandisce: «La mia non violenza, di capitiniana memoria, mi impedisce di accettare tutto ciò e mi costringe a urlare al mondo che la diversità non è un minus, ma un arricchimento, è amore per la vita dei viventi». La “non violenza” che da cinquant’anni e oltre caratterizza la vita politica e non di Pannella ha in sé il principio cardine: «Tutti gli esseri umani sono uguali». Nascono tutti uguali. Poi ognuno va per la sua strada. «La diversità è un aspetto, anzi l’aspetto necessario, ineludibile, inamovibile della storia umana: uomo e donna. Su essa il ’68 non ha riflettuto abbastanza! È ri-conoscere l’altro».
 
Tempo fa, si scagliò contro «le odiose manifestazioni di xenofobia» verso i rom, chiese la loro inclusione sociale, che non fosse annullamento della propria specificità. «Ieri i rom eravamo noi, quando in Francia, in Germania, negli Stati Uniti ci chiamavano terroni, macaroni, dago. Anche noi, fino a ieri puzzavamo e venivamo considerati tutti mafiosi, non solo a Broccolino ». Oggi condanna l’aggressore violentissimo dei due ragazzi gay. E altro preme, temporalmente.
 
«Ma lo stesso non avviene per le carceri e la giustizia, non si sta consolidando un regime di delinquenza professionale, non più abituale? Non abbiamo forse, anzi senza forse, un sistema carcerario e di giustizia peggiore di quello che c’era nel Ventennio, con le sue infami leggi sui reati politici? Dov’è finita la Carta costituzionale? Abbiamo davanti a noi un Regime antidemocratico, antilegalitario, anticostituzionale ».
 
Ecco, allora, la questione di fondo: «La nuova Italia sognata da quel drappello di “azionisti e non violenti”, di capitiniana memoria, i vari Calamandrei, Rossi, Spinelli, Lombardi, che l’avevano progettata libera da ogni incrostazione, eredità del Ventennio, fu sabotata un attimo dopo che era stata concepita.
 
E noi lo abbiamo dimostrato, evidenziato nel libretto La peste italiana, per cui oggi c’è l’impellente, improcrastinabile, necessità di una nuova liberazione, dal sessantennio partitocratrico », s’infervora il leader dei Radicali. Una bella notizia, Marco: Titti e Hedengai ce l’hanno fatta! Sono due dei cinque eritrei sopravvissuti, partiti, su quel gommone nero con altri 73 rimasti in fondo al mare, in cerca di libertà, lavoro, di quel minimo di benessere che spetta a ogni persona. Non avevano armi, non venivano in Italia con brutte intenzioni.
 
«Certamente! È così. Ma questo dramma non lo si affronta con il buonismo, ci vuole ben altro! E questa barocca superiorità della razza bianca? Voglio pensare ancora che ci sia spazio per una “rivoluzione“ non violenta, al 100% liberale, al 100% socialista, al 100% laica». Appunto, ri-conoscere Titti ed Hedengai è di per se un fatto rivoluzionario…

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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