Un terzo dell’evasione alimenta lo sporco business dei paradisi

Vincenzo Mulè

FISCO Il rapporto della Guardia di finanza sui primi sette mesi di attività nel 2009 rivela che da gennaio ammontano a oltre 3 miliardi di euro i redditi non dichiarati dagli italiani. L’Agenzia delle entrate: «Azione a trecentosessanta gradi»

 
È un’estate rovente per il fisco, che ha dichiarato guerra senza esclusione di colpi contro l’evasione fiscale e in particolare contro coloro che utilizzano legislazioni più convenienti. A fare il bilancio dell’attività anti evasione da gennaio a luglio 2009 sono le stesse Fiamme gialle, che rivelano come nei primi sette mesi dell’anno ammonta a 3,3 miliardi di euro la cifra dei redditi evasi e scovati dalla Guardia di finanza nell’ambito delle indagini sulle operazioni con risvolti internazionali.
 
Di questi oltre 3 miliardi di euro, 1,1 è stato rintracciato nelle transazioni e nelle operazioni finanziarie intercorse nei cosiddetti paradisi fiscali. Uno degli ultimi casi scoperti riguarda un’azienda che formalmente aveva sede in Croazia ma che effettivamente operava in provincia di Pordenone, con oltre un milione di euro di ricavi recuperati a tassazione dei finanzieri. Oltre a beneficiare di un regime impositivo più favorevole a quello vigente in Italia, spiegano le Fiamme gialle, le società fittiziamente registrate all’estero sono accusate di aver messo in atto anche un’effettiva «concorrenza sleale» verso altri soggetti nazionali, che nello stesso settore rispettano tutti gli adempimenti fiscali, sottoposti inoltre a regimi contrattuali più onerosi in relazione alle retribuzioni dei lavoratori.
 
Prima di Ferragosto, il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, parlò di «un’azione a trecentosessanta gradi» da parte del fisco per scovare casi di possibile evasione per capitali illegalmente detenuti nei cosiddetti paradisi fiscali. Befera rivelò che la verifica riguardava le posizioni di 170mila conti. Sotto la lente del fisco, quindi, non solo l’eredità Agnelli, ma anche conti nel Liechtenstein, una lista di conti presso Ubs Italia che «si presume abbia qualche riferimento presso Ubs Svizzera» e anche di «una lista di 500 nominativi circa sequestrati a un avvocato svizzero recentemente arrestato dalla Procura di Milano». Uno dei punti cardine del pacchetto di interventi varato lo scorso aprile dal vertice del G20 di Londra verteva proprio sulla volontà di porre fine ai paradisi fiscali, un fenomeno che genera un giro d’affari di oltre 11mila miliardi di dollari. Ossia, più del doppio di quanto i governi di tutto il mondo stanzieranno nei prossimi due anni per trascinare i propri Paesi fuori dalla crisi.
 
Secondo l’Ocse, sono oltre 40 i paradisi fiscali sparsi in tutto il mondo, divisi fra “neri”, “grigi” e “grigio chiaro”, a seconda delle modalità con cui vengono rispettati gli standard fiscali internazionali. Anche se stilare cifre precise sui fondi che affluiscono ai paradisi fiscali è estremamente difficile (tanto che le stificio me Ocse variano da un minimodi 1.700 miliardi fino a un massimo di 11.500 miliardi), il fenomeno ha nel tempo assunto dimensioni preoccupanti: come emerge dal recente annuncio del Senato degli Stati Uniti, secondo il quale ogni anno il fisco a stelle e strisce potrebbe perdere circa 100 miliardi di dollari. Singapore, Svizzera, Hong Kong, Bahamas, Andorra e il Principato di Monaco restano i nomi più famosi, ma sono fra i Paesi che hanno accettato e sottoscritto accordi per il rispetto degli standard fiscali, senza peraltro applicarli sinora.
 
Nella lista nera dell’Ocse rimangono quindi Costa Rica, Filippine, Uruguay e l’isola Labuan della Malaysia: la prima è specializzata in società che consentono di aggirare la limitazione imposta alle banche nazionali di non accettare valute estere; l’ultima prevede una tassazione massima di 4.200 euro a prescindere dall’utile conseguito da società o persone fisiche, che comunque non hanno alcun obbligo di fornire le proprie generalità.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31