«Verso la catastrofe»

Emanuele Bompan
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CLIMA Ieri al Palazzo di Vetro di New York si è aperto il vertice delle Nazioni unite in vista di Copenaghen. Dal presidente Usa e da quello cinese due approcci differenti, rassicuranti ma ancora incerti sulle strategie da adottare.

«Il fatto che molti di noi siano qua oggi è un riconoscimento che i rischi connessi al cambiamento climatico sono seri, urgenti e in aumento. La risposta a questa sfida sarà giudicata dalla storia. Se falliremo, le generazioni future saranno condannate a una catastrofe inevitabile». È così che Barak Obama ha iniziato il suo primo discorso alle Nazioni unite durante quello che Ban Ki-moon ha definito il «più grande meeting sul cambiamento climatico all’Assemblea Onu».
 
Pochi gli slogan e molta diplomazia nel suo discorso. Ha descritto le azioni virtuose del suo governo per aiutare il clima investimenti in energie rinnovabili, green jobs, abitazioni a basso consumo, calo delle emissioni - citando anche la legge sull’energia e sul cambiamento climatico, arrivata al Senato, e lasciando uno spiraglio sulla sua approvazione entro dicembre. Obama si è esposto sul tavolo negoziale riconoscendo la colpa degli Stati Uniti e delle alle altre potenze occidentali «per aver causato gravi danni alla stabilità climatica nel secolo passato». «Abbiamo la responsabilità di guidare e dare l’esempio: noi continueremo a farlo, investendo ancora di più in energie rinnovabili, sistemi efficienti e tagliando le nostre emissioni, secondo gli obbiettivi fissati er il 2020 e il 2050», ha aggiunto.
 
Pochi i dettagli tecnici, se non un impegno durante il G20 per tagliare finanziamenti ai produttori di combustibili fossili. Il presidente Usa ha cercato piuttosto di coinvolgere tutti: «Quello che vogliamo non è semplicemente un accordo sulle emissioni di gas serra, ma una intesa per implementare la qualità della vita senza mettere a rischio il pianeta». Il suo ottimismo, però, non convince fino in fondo. Alcuni si aspettavano un mea culpa meno evocativo e più pragmatico, un maggior impegno politico.
 
Assolutamente programmatico invece il discorso del presidente cinese Hu Jintao, che ha sottolineato la necessità di «assumersi responsabilità comuni, ma differenziate, cercando benefici mutuali e una soluzione vincente per le parti interessate», una critica nei confronti delle pressioni su India, Brasile e Cina. Hu ha voluto inviare un messaggio preciso ai destinatari di aiuti economici e supporto tecnologico, indicando Stati insulari e Africa come obiettivo primario di una strategia per la difesa del clima su scala globale.
 
Evitando di menzionare tetti alle emissioni - anche se ha ammesso che Pechino è impegnata a tagliare le emissioni in maniere vigorosa entro il 2020 - ha presentato il piano tecnocratico per combattere il cambiamento del clima. Quasi una lista power point: riforestazione (40 millioni di ettari, oltre 1,3 milioni di metri cubi in più di biomassa rispetto ai livelli del 2005), energie rinnovabili, nucleare, “carbone pulito”, motori a basso consumo, controllo delle emissioni inquinanti. Due approcci oratori e filosofici distanti, quelli dei presidenti di Usa e Cina, entrambi rassicuranti dell’impegno, ma altrettanto nebulosi sulle strategie e contenenti questioni controverse, come il nucleare e il “carbone pulito”.
 
Nessuna novità rilevante sui negoziati, se non una sottintesa volontà di firmare, lasciando allo stesso tempo aperte alcune questioni (il “cap and trade”) per non danneggiare le rispettive economie e privilegiando un approccio tecnologico alla soluzione del problema climatico. Il segretario all’Energia, il cinoamericano Steven Chu, ha dichiarato a riguardo: «Il successo o fallimento della lotta sul clima dipenderà da quello che faremo nei prossimi anni, piuttosto che il fatto di avere un accordo omnicomprensivo al più presto». Opzione che molti ambientalisti e lo stesso Ban Ki-moon non approvano. Per loro la rotta verso Copenaghen deve essere - si spera - mantenuta, per fissare un tetto alle emissioni e alla densità massima di parti per milione di CO2 nell’atmosfera.
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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