Anche l’Aspromonte e la Basilicata nel dossier dei veleni
A leggere le cronache di questi giorni, sembrerebbe che la vicenda delle navi dei veleni sia stata scoperta in queste ore. Sdegno, condanne, richieste di chiarimento, preoccupazioni «per la salute dei cittadini ». C’è di tutto nelle dichiarazioni di politici e amministratori locali. Solo che fino alla scorsa settimana tutti tacevano. Come se il problema non esistesse. E, come sempre, solo dopo che il polverone è stato sollevato cominciano ad arrivare conferme a denunce fino a oggi considerate, a torto, «poco attendibili».
Emerge, infatti, che la nave ritrovata nei fondali al largo di Cetraro, che molto probabilmente è la Cunsky, era stata già avvistata nella stessa zona nel 2005, nell’ambito dell’inchiesta Nettuno coordinata dal pm Francesco Greco. In quell’occasione, infatti, si parlò del ritrovamento di «una nave lunga tra gli 88 e i 100 metri e larga dai 15 ai 20 metri nei fondali cetraresi». Secondo gli accertamenti eseguiti quattro anni fa «la nave sarebbe stata squarciata nel centro e nel raggio di 300 metri sarebbe stata rilevata la presenza di una misteriosa macchia nera». Come ricostruì lo stesso pm Greco, era anomala la circostanza che nelle carte nautiche del 1992 non si facesse riferimento a tale corpo estraneo mentre solo un anno dopo si cominciò a parlare di relitto misterioso. La procura di Paola, però, ben presto fu messa in grado di non procedere, con il governo che tagliò i fondi. Nessuna verifica poté essere fatta. Fino a domenica scorsa.
Le indagini sulla Jolly Rosso hanno portato poi alla scoperta di due discariche piene di veleni tra Amantea e Serra d’Aiello, nelle contrade Grassullo e Foresta. L’attività della magistratura paolana però, anche in questo caso, sembra essere caduta nel vuoto, perché la Regione Calabria ancora non ha inserito le due discariche nei siti da bonificare. Il ritrovamento del relitto al largo di Cetraro ha scombinato un po’ le carte. E fatto cambiare opinioni. Come nel caso del pentito di ’ndrangheta Francesco Forti, che con le sue dichiarazioni ha permesso il ritrovamento del relitto. Ora, l’uomo è tornato a beneficiare del programma di protezione dei pentiti. E a tornare credibile. Si torna allora a rileggere con attenzione, e un misto d’angoscia, il dossier che lo stesso Forti consegnò alla Direzione nazionale antimafia, dove le rivelazioni sull’affondamento doloso delle navi radioattive si alternano a quelle sul traffico internazionale di armi e sulle convergenze con uomini dello Stato e dei servizi segreti.
Nella sua ricostruzione, pubblicata per la prima volta nel 2006 dall’Espresso, Forti spiega come la querelle dei rifiuti tossici abbia avuto inizio nel 1982, quando « si parlò di sotterrare i rifiuti sull’Aspromonte, ma i capifamiglia respinsero questa ipotesi in quanto si trattava di territorio amato dalla ’ndrangheta. Poi si decise che ogni famiglia avrebbe curato l’attività per conto proprio. Abbandonata la Calabria, la scelta di smistare i rifiuti finì sulla Basilicata», perché, chiarisce il pentito, «era terra di nessuno, dal punto di vista della malavita». Forti ha raccontato nei dettagli un’operazione che si svolse tra il 10 e l’11 gennaio 1987.
«Partimmo con 40 camion da Rotondella con i bidoni radioattivi. Arrivammo con i cento bidoni presso il fiume Vella, dove era stata predisposta una buca, e qui furono seppelliti i bidoni. La fossa fu ricoperta». Due fronti che si riaprono, dunque. Il primo sulle discariche piene di veleni disseminate tra la Calabria e la Basilicata; il secondo sul coinvolgimento delle coste della Basilicata negli affondamenti. Nel 2005 Forti, infatti, dichiarò che al largo di Maratea nel 1992 fu fatta affondare la nave Yvonne che trasportava 150 fusti di fanghi radioattivi. Le ricerche effettuate nel massimo riserbo avrebbero rivelato la presenza di tracce. è forse questo solo uno dei tanti filoni di indagini che rischia di riservare nuove e sgradite sorprese.







