Brutalità senza limiti
GALLIPOLI Una coppia di 29enni è stata arrestata per ripetute violenze sul figlio di tre anni. La psicologa: «Le percosse scandalizzano solo quando rimbalzano sui giornali».
Cinghiate sulle natiche e la schiena, segni di strangolamento e bruciature ai piedi. Erano questi i segni visibili delle violenze lasciate su un bimbo di tre anni. I sospettati di tali atrocità, sono la mamma e il suo compagno, entrambi 29enni, arrestati ieri dai carabinieri di Gallipoli, in provincia di Lecce. L’accusa è di concorso in maltrattamenti in famiglia e lesioni personali gravissime. Per il magistrato della procura della Repubblica di Lecce, Angela Rotondano, che li ha indagati per un mese, sia l’uomo che la donna hanno le medesime responsabilità. Poco importa se ad infierire sul figlio della sua compagna sarebbe stato solo lui.
«Perché la madre - scrivono i carabinieri nell’informativa consegnata al pm -, aveva sostanzialmente accettato tale situazione, tentando anzi ripetutamente di liberarsi del figlio affidandolo ai parenti». Ed è stato proprio uno zio del piccolo a presentare denuncia ai carabinieri. Un mese fa il fratello della donna era andato a prendere il nipote per portarlo dalla nonna che vive in un Comune della provincia di Taranto.
Ma una volta notati i segni delle violenze sull’esile corpo del nipote è andato prima dal medico e poi dai carabinieri di Manduria, presentando la denuncia con il referto medico del pronto soccorso dell’ospedale, a conferma della natura dei segni: «Escoriazioni ed ecchimosi multiple e diffuse al volto, sul collo, orecchio sinistro e arti in via di guarigione; escoriazioni lineari ai glutei e bacino ed ustioni di secondo grado al piede sinistro». Sono partite da lì le indagini che, un mese dopo, hanno portato all’arresto della coppia. Un’inchiesta delicata che ha fatto emergere un contesto di degrado (tossicodipendenza e alcol) e di violenza, tali da fare esprimere così il gip, Ercole Aprile: «Il minore è stato sottoposto alle più brutali forme di violenza fisica e psichica ».
Il bambino è ora affidato alla nonna materna. Intanto ci si interroga sul ruolo della giovane arrestata la cui responsabilità, almeno secondo i magistrati, è ancora più grave in quanto madre. La dottoressa magistrale in psicologia e psicopedagogista, Sara Riggio, guarda il problema da un’altra angolazione. «Non è una novità: purtroppo è l’ennesimo caso di violenza tra le mura domestiche le cui vittime sono donne e bambini». Anche in questo caso, secondo l’esperta, la madre del bambino è una vittima.
«Forse non ha avuto la capacità o la possibilità di ribellarsi perché si è sentita sola. Se questa mamma avesse saputo che qualcuno avrebbe potuto aiutarla, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Mi chiedo, ad esempio - continua la dottoressa Riggio dove erano i vicini di casa quando sentivano le urla del piccolo, o le persone che li incontravano per strada o dal salumiere e notavano i segni sul corpo; mi chiedo dov’era il pediatra del bambino e così via. Il problema è che i segni delle violenze - conclude la psicologa - scandalizzano solo quando sono refertati e il caso rimbalza sulle cronache».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






