Campania, la regione dove si arma il cemento
La Campania l’abusivismo ha un nome che è tutto un programma: cemento “selvaggio”. Cemento fuori controllo, illegale. E letale, dunque. È da questa regione che Terra inizierà un lungo viaggio attraverso i territori devastati dal calcestruzzo e dagli ecomostri, dove si intrecciano - in un nodo inestricabile - affari di pubblici amministratori poco onesti e storie di camorra, racconti di degrado e di sottosviluppo. Prendiamo, ad esempio, il caso di Ischia, una delle “perle del golfo”: su 46 chilometri quadrati, la Procura partenopea ha ordinato l’abbattimento di ben seicento manufatti abusivi, a difesa dei quali - nelle ultime settimane - si sono schierati, in un unico fronte compatto, sia il vescovo di Pozzuoli, sia i sei sindaci dell’isola (indagati, peraltro, per alcune licenze facili).
Negli ultimi ventiquattro mesi, sono oltre ottocento le denunce per abusivismo di polizia, carabinieri e guardia di finanza nelle sole province di Napoli e Salerno, a cui si aggiunge un migliaio di costruzioni spuntate come funghi, da un giorno all’altro, lungo i 500 chilometri di costa della regione. Ogni angolo diventa utile per allargare di un paio di stanze la propria villa, per dotarsi anche di una piscina, per allungare di un piano il casolare. Ma anche per “rosicchiare” qualche ettaro di macchia mediterranea e destinarlo a sauna, campo da tennis, o a centro di relax per sé e per gli amici. L’emblema di questa scriteriata corsa all’urbanizzazione sta tutta nel rione fuorilegge a Giugliano, lungo il litorale di Licola, sequestrato dai carabinieri: 14 edifici per un totale di 55 appartamenti dotati di ogni comfort e allacciati, addirittura, alla rete fognaria locale.
Il cemento non sarebbe diventato più “selvaggio”, ma sociale, utile all’intera collettività e, per questo, tollerato. Un “mostro” della cattiva politica che fa il paio con i 435 alloggi illegali scoperti a Casalnuovo, ormai un anno e mezzo fa, di cui - si disse - nessuno si era accorto perché coperti da una pineta, diciamo pure, spennacchiata. L’allarme, naturalmente, è concentrato nelle aree a più alto valore paesaggistico e ambientale (come le isole, le costiere sorrentina e cilentana, il fiordo di Furore) dove il condono edilizio, per fortuna, non può mettere le proprie radici, ma dove i tempi di ripristino dei luoghi devastati diventano sempre più lunghi e complicati. Non si contano le villette super panoramiche sequestrate dai militari dell’Arma tra la zona di Amalfi, Conca dei Marini, Positano, Ravello e Tramonti e su in alto, fino ad arrivare a Marina di Camerota e Palinuro, per decine di milioni di euro. Un business che mette tutti d’accordo.
Le contromisure ci sono, ma è la massa critica a essere ingestibile: ci sono troppe infrazioni e troppo pochi controlli. A inizio anno, un’altra storia interessante: il sindaco di un paesino della provincia di Salerno finisce in manette, perché - d’accordo con un consigliere di maggioranza e un commercialista - aveva pianificato la costruzione, senza autorizzazioni, s’intende, di un intero villaggio turistico con quaranta villette a schiera. Un affare a sette zeri. La situazione non migliora, purtroppo, se dal micro abusivismo a scopo abitativo passiamo ad analizzare gli ecomostri, che si reggono ancora in piedi come lugubre testimonianza della eccezionale capacità dell’uomo di distruggere le bellezze della natura che lo circonda. Ce n’è per tutti i gusti: il più famoso, a queste latitudini, è senza dubbio quello di Alimuri, a Vico Equense, che da quarant’anni sfregia uno dei panorami più incantevoli d’Italia.
Dopo un tira e molla burocratico, corsi, ricorsi, appelli e carte bollate, finalmente, due anni fa, arriva il permesso per l’abbattimento. A una condizione ( folle): che si possa costruire un altro albergo a qualche centinaio di metri di distanza. Quindi, la situazione è identica a prima. Verso Salerno va pure peggio, se possibile: sullo scoglio di Furore c’è lo scheletro orrido di una costruzione privata di cinque piani a strapiombo sul mare, mentre poco più in là sorge il famoso Furore Inn Resort, che in origine doveva essere una piscina comunale, costruita dunque con soldi pubblici, ma che poi col tempo - si è trasformato in un albergo di lusso finito nelle mani di un privato.







