Chi ha paura del grande schermo
POLEMICHE Rivolgendosi al ministro della cultura Bondi, Brunetta ha gridato «Ti dico, Sandro, di chiudere quel rubinetto del Fus, facciamolo al più presto», offendendo pesantemente Michele Placido per il suo film sul ’68 e con lui i tanti colleghi dello spettacolo che si sono indignati e hanno replicato in massa.
La politica materialista del nostro governo è tutta nella sequenza di esternazioni rilasciate dal ministro della Funzione pubblica nell’ultima settimana. A proposito della scomparsa di Mike Bongiorno, ha affermato: «È stato certamente un grande intellettuale popolare che, contrariamente a tanti altri intellettuali con molte sottolineature e virgolette, è stato utile al suo Paese. Purtroppo la stragrande maggioranza degli intellettuali è infatti del tutto inutile». La sola cosa utile, per il popolo televisivamente indottrinato, è evidentemente il gioco a premi e l’unica forma di intelletto quella che fa vincere i gettoni d’oro attraverso la cultura spicciola e piatta del telequiz.
Con tutto il rispetto per Mike. Forse proprio la morte del presentatore ha fatto passare Brunetta dalle parole ai fatti, sbottando contro i registi fannulloni, autoreferenziali e comunisti, quelli che secondo lui intascherebbero soldi pubblici senza faticare, né trovare profitti congrui al botteghino, altro tornaconto berlusconiano chiamato Medusa. Rivolgendosi al ministro della cultura Bondi, Brunetta ha gridato «Ti dico, Sandro, di chiudere quel rubinetto del Fus, facciamolo al più presto», offendendo pesantemente Michele Placido per il suo film sul ’68 e con lui i tanti colleghi dello spettacolo che si sono indignati e hanno replicato in massa.
Se un’operazione non è di mercato, non esiste, nell’ottica governativa. E se qualcuno si ostina a portarla avanti è un sabotatore da castigare. Chiedendoci se il nostro ministro sia un assiduo frequentatore delle sale cinematografiche o se preferisca dedicare le sue standing ovation a “Chi vuol esser milionario?”, sarebbe interessante sapere il suo punto di vista sul kolossal “di parte” che sta per sbarcare nelle sale italiane. Non l’epopea siciliana di Tornatore, né quella della rabbia giovanile di Placido. Bensì il lungometraggio che celebra le imprese di Alberto da Giussano contro l’imperatore Barbarossa, in uscita il mese prossimo e il cui trailer è stato presentato da Umberto Bossi a Venezia.
Non alla Mostra, s’intenda, ma dopo il rito dell’ampolla con l’acqua del Po. Gli applausi della folla osannante il condottiero hanno fatto da cornice alle parole del leader leghista, che inneggiando alla Padania come «Stato libero, indipendente e sovrano», dava il suo ciak a Barbarossa, dove appare anche in un simpatico cameo. Si tratta proprio di una coproduzione Rai Fiction e Rai Cinema (soldi pubblici, per tacere di Brunetta) e girato nelle economiche location rumene (per tacere delle ronde). Se è vero che il cinema rappresenta l’unica voce d’opposizione nel Paese, la Lega che affila le armi per affrancarsi dal giogo italico, dovrebbe far tremare i polsi a politici e critici cinematografici di ogni statura, specie quelli che vogliono l’Italia unita solo davanti al piccolo misero schermo della tv.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






