Dell’Utri detta la linea
SCENARI Lodo Alfano e riapertura delle indagini sugli attentati di mafia degli anni 90. Queste le reali preoccupazioni della maggioranza sulle quali l’esecutivo sta per lanciare la vera campagna d’autunno, nascosta da scandali e polemiche.
«Vedremo cosa deciderà la Consulta, ma a prescindere dalla sentenza non ci saranno conseguenze politiche. Berlusconi non passerà la mano, procederà con l’azione di governo. Niente scossoni, niente elezioni anticipate». Parla poco e con giudizio, ma quando lo fa Marcello Dell’Utri lascia il segno. E fa tremare. Se sul Corriere della Sera di ieri il senatore Pdl dettava la linea sul Lodo Alfano, il 19 agosto, in un’intervista al Riformista, chiedeva l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle stragi che tra il 1992 e il 1993 terrorizzarono l’Italia: «Se non la chiederà il mio partito, lo farò io come senatore».
Molti hanno visto in questo intervento una sorta di auto candidatura a guidare la commissione. Gli stessi che vedono nella proposta una pesante intromissione nel lavoro delle procure. è un’anomalia insanabile. Marcello Dell’Utri, infatti, è stato condannato in primo grado a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In merito all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri tra gli interessi di Cosa nostra e quelli imprenditoriali di Silvio Berlusconi, i giudici sottolinearono come l’imputato «ha non solo oggettivamente consentito a “Cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui».
La linea tracciata è stata diligentemente ripresa da tutta la squadra governativa, con l’eccezione di Fini e con la necessità di qualche correzione in corsa. Come quella del ministro Alfano, che ieri ha parzialmente ricucito lo strappo tra Associazione nazionale magistrati e Berlusconi. Intervendo alla scuola di formazione del Pdl a Gubbio, il ministro della Giustizia ha affermato che «se vi saranno elementi per riaprire processi sulle stragi, i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo disegno di verità».
Una posizione, quella espressa dall’esponente del governo, che viene registrata con soddisfazione da Luca Palamara, presidente del sindacato delle toghe: «Prendo atto con viva soddisfazione e con me l’intera Anm e certamente tutta la magistratura delle parole del ministro Alfano. Mi auguro - aggiunge Palamara - che la posizione del ministro della Giustizia sia condivisa dall’intero governo». Ma dal fronte della maggioranza arrivano, sempre dalla convention di Gubbio, le parole del presidente del Senato, Renato Schifani, che suonano come un distinguo: la magistratura, ha detto il numero uno di Palazzo Madama, «mi piace meno quando alcuni singoli magistrati, seguendo percorsi contorti e nebulosi ed avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso l’evocazione di fantasmi di un passato lontano che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni».
Schifani sottolinea invece che la magistratura «mi piace di più quando si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l’organizzazione territoriale, sradicandone le sue radici velenose e profonde». Non sappiamo quanto pensasse all’attuale maggioranza il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio inviato ieri al convegno “Povertà e nuovi bisogni”, quando ha parlato di una estensione preoccupante delle fasce di disagio nel Paese e in particolare nel Mezzogiorno.
«Il recente rapporto Istat dedicato proprio a tale tema - si legge nel messaggio - ha evidenziato come, anche per effetto della crisi economica, si stiano estendendo in maniera preoccupante le fasce di disagio e le aree di bisogno anche rispetto a beni considerati primari o di sussistenza». L’habitat naturale dove il crimine può crescere e fare affari. Strizzando l’occhio alla politica.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







