District 9, fantascienza stile Report. In difesa dei diritti “non umani”
PRIMA DEL CINEMA District 9: orrendi gamberoni, naufraghi dello spazio, neo rifugiati del pianeta Terra che fanno paura.
I marziani al cinema non fanno più paura da un pezzo. Su invasioni di ultracorpi e cose dall’altro mondo vince nettamente, nel moderno immaginario, l’alieno buono, un “altro” saggio ed evoluto, giunto dallo spazio per mettere in luce e sanzionare l’orrore causato dagli esseri umani. Normalmente, il visitatore se ne va, compiuta la sua missione salvifica (come abbiamo visto nel recente Segnali dal futuro), altre volte si converte, affascinato dalle strane abitudini dei terrestri. I protagonisti di District 9, invece, sono di una categoria del tutto inedita.
Non hanno messaggi da lanciare, né particolari azioni da compiere, né tanto meno un’eccezionale sensibilità o fisicità: non sono dei teneri E.T., ma degli orrendi “gamberoni” naufraghi dello spazio, neo rifugiati del pianeta Terra. E, come capita a tanti disperati che approdano sulle nostre sponde, fanno paura. Vengono trattati come bestie da rinchiudere, da rendere innocue, o almeno da tenere lontane dalla vista. A terrorizzare di più è la gigantesca astronave che campeggia da vent’anni sulla città di Johannesburg, dove è ambientata la vicenda.
Sul suolo, negli slum, gli esseri alieni lottano a milioni per la sopravvivenza, segregati dalla poco amichevole società privata Mnu, più interessata al segreto delle loro potenti armi che al benessere della folta comunità, inerme ma sempre più irrequieta. Questo lo scenario del nuovo gioiello prodotto da Peter Jackson, oggi in tutte le sale italiane, sorprendente esempio di come la fantascienza sana, quella basata sull’idea brillante e non sull’effetto speciale, sia ancora viva. La lezione del rovesciamento, presente nel racconto più famoso del maestro Frederic Brown La sentinella, non è andata dunque persa.
L’ha recuperata qualche anno fa il giovane cineasta sudafricano Neill Blomkamp, quando girò il corto mockumentary a basso budget Alive in Jo’burg. Con i soldi di Hollywood e la piena libertà creativa, il regista ha avuto modo di estendere la sua pellicola fino a sfornare un modello sperimentale di sci-fi entertainment, tutto basato su narrazione, tecnica e suspense: le vicende sono raccontate secondo lo stile del documentario, in un puzzle di immagini e sequenze prese da videocamere, filmati tv e cineprese amatoriali. Il fiato sospeso per le sorti dei derelitti alieni, e per quella del funzionario dell’Mnu che passa dalla loro parte, è qualcosa di autentico, frutto del mix fantascienza-reportage.
La rinuncia ai razzi spaziali e alla retorica alla Armageddon lascia campo a scene di cruda e spietata lotta “quotidiana”. Più presente che futuro, nel ghetto District 9, tra tante ombre e poche, ma accecanti, luci.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







