Ketsana continua a imperversare. Aumenta la paura in tutta l’Asia

Gloria Ravidà

CALAMITÀ La tempesta tropicale che ha messo in ginocchio le Filippine si è trasformata in tifone, colpendo il Vietnam. Nei giorni della conferenza di Bangkok, a quasi due mesi da Copenaghen, è sempre più impellente un accordo sul clima.

Ketsana, la tempesta tropicale che ha messo in ginocchio le Filippine, causando almeno 246 morti e quasi due milioni di sinistrati, è diventata un tifone, raggiungendo il Vietnam, dove il bilancio provvisorio è di 23 decessi. Il ciclone ha già messo in fuga molti abitanti di Hué, l’ex capitale imperiale, e sta avanzando verso Danang, la quarta città del Paese, e la vicina provincia di Quang Nam: le autorità locali hanno evacuato 170mila persone. Migliaia di agenti della polizia e soldati sono al lavoro, e la Vietnam Airlines ha sospeso tutti i voli verso la parte centrale del Paese.
 
Nelle Filippine, la presidente Gloria Arroyo, dopo aver deciso di voler donare alle popolazioni più colpite due mesi del suo stipendio e aver invitato tutti i membri del governo a fare lo stesso, ha messo in moto la macchina dei soccorsi internazionali, a fronte di danni economici stimati per 50 milioni di dollari. Giappone, Singapore, Stati Uniti e Vietnam hanno già dato la loro disponibilità, mentre dal Programma alimentare mondiale dell’Onu arriveranno aiuti per 180mila sfollati. La tempesta ha allagato l’80 per cento di Manila, dove è stato decretato lo stato di catastrofe naturale. Molte le persone ancora intrappolate negli edifici, senza elettricità e telefoni e, a far aumentare ancor di più la tensione, l’allarme lanciato ieri dall’Organizzazione meteorologica mondiale: «Un secondo ciclone tropicale potrebbe raggiungere l’est dell’arcipelago nei prossimi due o tre giorni e la sua intensità potrebbe aumentare».
 
A circa due mesi dall’inizio della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Copenaghen e mentre a Bangkok i rappresentati di 195 Paesi sono riuniti dallo scorso lunedì fino al 9 ottobre per tentare di dar vita a un documento alternativo al Protocollo di Kyoto, Ketsana è soltanto l’ennesima dimostrazione dell’impellenza che assume il raggiungimento di un accordo globale sul clima. «Le alluvioni nelle Filippine suonano la sveglia per i negoziatori di Bangkok», si legge nell’appello lanciato dal Wwf che, dalla capitale tailandese, disegna la sua tabella di marcia, dove ai primi posti emerge l’esigenza di eliminare le differenze tra la leadership asiatica, che con Cina, Giappone e India sta dimostrando di voler puntare sull’economia verde e su uno sviluppo a basso contenuto di carbonio, e la «vuota retorica» dell’Europa e degli Stati Uniti.
 
Dal ciclone Nargis in Myanmar, in cui hanno perso la vita 138mila persone, al terremoto in Cina che ne ha uccise 87mila: nel 2008 sono stati 235mila i morti per disastri connessi con le condizioni ambientali e climatiche. A riferirlo il World disasters report della Croce rossa internazionale, secondo cui questa cifra sta aumentando nel corso degli anni. Soltanto lo tsunami che ha colpito l’Oceano Indiano nel 2004 ha causato infatti un numero più elevato di vittime. Sempre secondo l’Organizzazione il 99 per cento delle persone colpite vive nei Paesi in via di sviluppo, dato confermato anche dal Report on disaster risk reduction 2009 delle Nazioni unite, che afferma: negli ultimi 30 anni nelle zone più povere del pianeta, in cui vive solo l’11 per cento delle persone esposte a possibili disastri, si è raggiunto il 53 per cento della mortalità per calamità ambientali.
 
Paesi in cui le difficoltà economiche rendono più difficile l’attuazione di politiche di prevenzione che, secondo il segretario generale della Croce rossa, Bekele Geleta, sono il vero nocciolo della questione in quanto, spiega, «le politiche umanitarie hanno un costo quattro volte inferiore se vengono messe in pratica prima del disastro ». E mentre Ketsana continua a infuriare, vengono in mente le parole di Obama che premono per il raggiungimento di un accordo sul clima, pena una catastrofe irreversibile per le generazioni future.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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