L’integrazione passa per il diritto di voto e divide la maggioranza

Dina Galano

IMMIGRAZIONE La politica litiga sul coinvolgimento elettorale dello straniero. Fini apre e Berlusconi rispedisce al mittente. Intanto lo scontro è tra il potere centrale e quello locale, con le amministrazioni che stanno modificando le proprie leggi.

Venti anni fa il nostro Paese era il più tollerante d’Europa. Allora, infatti, nei sondaggi l’indice di etnocentrismo degli italiani, in una scala che va da 0 a 5 era fermo ad appena 1,51 punti ( fonte Abacus). L’inversione di tendenza c’è stata eccome ed è attualmente misurata sul piano dei diritti civili.
 
Il banco di prova, infatti, è rappresentato in questi giorni dal riconoscimento del voto amministrativo agli stranieri. Suggerito nuovamente dal presidente della Camera Fini ma apertamente avversato da Bossi e i suoi, l’esercizio del fondamentale diritto politico è stato definito ieri dal nostro presidente del Consiglio «uno stratagemma con cui i comunisti immaginano di garantirsi una futura preminenza elettorale».
 
Nel corso di due decenni, dunque, molto è cambiato nelle politiche governative ma la partita si è giocata anche a livello locale. Sono le amministrazioni territoriali, in molti casi, a incidere significativamente sulle condizioni del singolo migrante e sulla possibilità, negata dall’alto, di partecipare attivamente alla vita civile. Gli esempi di iniziative comunali che hanno esteso il diritto elettorale, modificando i propri statuti, si sono moltiplicati negli ultimi anni. Altrettanto però è stato fatto nella direzione opposta da prefetture e tribunali.
 
L’autonomia delle amministrazioni pubbliche corre quindi sul filo della legalità, rischiando ogni volta di sconfinare nella violazione normativa, con tanto di sentenza di condanna da parte del Consiglio di Stato. Così ad esempio è avvenuto nel 2004 per Genova, mentre le modifiche statutarie di Ragusa, Perugia, Torino, Firenze e molte altre città sono state revocate d’ufficio. Oggi il Comune di Caulonia nella Locride resiste all’assedio.
 
A giugno si è concluso l’iter che ha permesso l’estensione del diritto di voto ma, come spiega il sindaco Ilario Ammendolia «il provvedimento è stato subito impugnato dalla prefettura e ora si trova all’esame del giudice. Aspettiamo la pronuncia, poi faremo ricorso alla Corte costituzionale».
 
L’esempio di integrazione, arriva così da una cittadina di poco più di 7.000 abitanti: qui una sessantina di migranti, per lo più di nazionalità nigeriana ed eritrea, sbarcati l’estate scorsa in Sicilia, hanno trovato casa. «Siamo Comune dell’accoglienza», tiene a precisare il primo cittadino, difendendo l’iniziativa del consiglio, sostenuta quasi all’unanimità, con un solo voto contrario. Anche le norme europee suggeriscono sistemi elettorali aperti a chi, in maniera continuativa, risulta residente in uno Stato membro.
 
La Convenzione europea sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale è stata firmata nel 1992 e recepita nel nostro Testo unico sull’immigrazione. «È necessario fare un passo ulteriore e riconoscere, a chi vanta almeno cinque anni di residenza, l’esercizio al voto amministrativo» sostiene Cecile Kashetu, rappresentate Pd alla provincia di Modena e responsabile del progetto “Diaspora africana”.
 
«Oggi l’unica forma di partecipazione del migrante è quella delle consulte, del tutto insufficienti poi per incidere sulle scelte esecutive. Perché spesso quanto segnalato dalle comunità migranti non trova il veicolo politico per essere rappresentato», aggiunge. Bisogna immaginare poi che l’esercizio del diritto amministrativo è anche strettamente connesso al dovere di contribuire alle finanze pubbliche, richiesto dalla Costituzione.
 
Un dare-avere, ancora più oneroso per l’immigrato - secondo il consigliere di origine congolese - che «oltre a pagare le tasse come un cittadino italiano, contribuisce con le somme dovute per il permesso di soggiorno o per ottenere la cittadinanza». Ma se paga, deve poi anche poter concorrere alla scelta di chi lo governa.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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