La Thailandia al bivio
REPORTAGE Il Paese rischia di rimanere danneggiato dal turismo intensivo. Per dire no al cemento selvaggio, Bangkok dovrebbe cambiare modello di sviluppo e salvare il patrimonio naturale, prima che sia troppo tardi.
Immaginate la spiaggia più esotica che ci sia, quella con la sabbia fine bianca e con il mare verde acquamarina, trasparente e talmente caldo da non farvi quasi sentire la differenza con l’aria tropicale esterna. Aggiungeteci il sorriso e la gentilezza degli abitanti, il cibo dolce-piccante sopraffino, la foresta di palme fino al mare e le barche coloratissime dalla lunga coda piene di fiori.
Queste sono le spiagge della Thailandia, un paradiso terrestre, che però si trova davanti a un bivio che sarà impossibile eludere nel prossimo futuro: sviluppo vertiginoso o conservazione e tutela dell’ambiente naturale? Intanto, non parliamo qui di posti come Phuket o Phi Phi Island (resa famosa dal film The Beach con Leonardo di Caprio), e direi neppure di isole come Samui (Koh-Samui, dove Koh sta per isola), ormai già troppo turistiche. Parliamo invece di piccoli gioielli come Koh-Nangyuan o della mai troppo magnificata Koh-Tao.
In realtà parliamo delle coste della Thailandia, meta ormai facilmente raggiungibile da schiere sempre più numerose di turisti, soprattutto coreani e italiani. “Flashpackers” e “backpackers” li chiamano, per via dei grandi zaini che portano sulle spalle, a prescindere dall’età e dal tipo di sistemazione. Generalmente si riversano a cercare bungalow di legno sulla spiaggia a meno di 400 bath per notte (10 euro) e poi mangiano sdraiati sui caratteristici tappetini con cuscino piramidale, gustando le famose zuppe di cocco e curry magari in attesa di stordirsi durante il fullmoon party di Koh-Phanang.
Forse una volta le cose stavano così, ma oggi il quadro sta cambiando rapidamente, con una sequenza che è impossibile eludere e che ha già riguardato i Paesi di turismo tradizionale come il nostro. Se si fa eccezione per il patrimonio artistico, la Thailandia di oggi assomiglia all’Italia degli anni Sessanta, ed è soggetta alla stessa legge del turismo mondiale, quella in cui si succedono grosso modo quattro fasi. All’inizio c’è il momento pionieristico, quello in cui pochi avventurosi esploratori conquistano spiagge e monumenti sconosciuti agli stessi locali.
In questa fase ci si arrangia come si può per dormire in stanzoni comuni e mangiare presso le abitazioni private dopo viaggi spesso estenuanti. La fase dell’infrastrutturazione consente, successivamente, a numeri ancora contenuti di turisti, di scoprire una cortesia inaspettata, ospitalità e una natura ancora praticamente incontaminata: la Sardegna degli anni Sessanta o l’arcipelago toscano quando ancora erano attive le miniere, o la Thailandia degli anni Novanta.
In questa seconda fase la ricchezza si diffonde fra gli autoctoni, che sono ancora principalmente contadini o minatori, e che solo in seguito affittano una camera o due e preparano da mangiare, destinando magari una stanza agli ospiti e costruendo le prime pensioni. La terza fase è quella dell’infrastrutturazione diffusa, ma non ancora selvaggia: raggiungere il posto è sempre più facile e i charter cominciano a vomitare migliaia di turisti.
Gli alberghi crescono di qualità, ma soprattutto di numero, fino a negare la vista della costa e la qualità ambientale decresce vistosamente. Questa è la fase di gran parte dell’Italia di oggi e della Thailandia. È ancora possibile scovare luoghi intatti: per esempio il lembo settentrionale di Koh-Tao in Thailandia, dove grappoli di bungalow costituiscono resort ancora ecocompatibili in posizione straordinaria.
«Cosa cerca un occidentale in Thailandia? - dice Sven del Duset Buncha Resort, tedesco trapiantato qui da cinque anni -. Non più sole e mare soltanto, ma vita a contatto con la natura e magari immersioni faccia a faccia con tartarughe e squali». Ma il bivio è vicino: o l’infrastrutturazione incrementa in maniera selvaggia, e la qualità del soggiorno diminuisce drasticamente, o si cambia modello di sviluppo per riconquistare l’unica cosa che non è sostituibile, lo spazio naturale incontaminato.
Alla Thailandia potrebbe accadere quanto è già accaduto, per fare un esempio, all’isola d’Ischia, che regge ancora economicamente solo per via delle attività termali, ma è diventata una bolgia, divorata da centinaia di migliaia di turisti e sommersa dal cemento, in un ambiente naturale di cui si sono perse per sempre le tracce.
In tutto il mondo si è capito che le infrastrutture non portano ricchezza diffusa, ma, anzi, permettono la concentrazione di soldi stranieri e l’infiltrazione camorrista. Sarà difficile evitare che la Thailandia di oggi eviti l’errore in cui è caduta la gran parte del Belpaese turistico, ma ci piace coltivare una piccola speranza.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







