Quando i fiumi sono alle strette. Ecco i delta che sprofondano

Paolo Tosatti
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AMBIENTE Le foci di 24 tra i maggiori corsi d'acqua del pianeta stanno affondando. Nei prossimi 40 anni il numero di regioni soggette a inondazioni aumenterà del 50 per cento. A lanciare l'allarme uno studio della University of Colorado.

Non solo le navi ma anche i delta dei fiumi possono affondare. Un fenomeno che attualmente interessa ben 24 delle 33 più grandi foci del pianeta, e che rischia nei prossimi 40 anni di aumentare del 50 per cento il numero delle regioni e dei lembi di terra soggetti a inondazioni, mettendo a rischio la vita di mezzo miliardo di persone. A lanciare l'allarme è un gruppo di scienziati della University of Colorado della città di Boulder (Stati Uniti), attraverso uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

Secondo il team di ricercatori, negli anni passati l'85 per cento delle zone situate intorno ai delta dei principali fiumi ha già conosciuto un incremento significativo delle inondazioni, che hanno causato la sommersione, in alcuni casi solo temporanea, di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di terra. Nilo, Colorado, Rodano, Yangtze sono alcuni dei corsi d'acqua colpiti dal problema, che interessa molti dei grandi fiumi asiatici, l’Irrawaddy in Myanmar, il Gange-Brahmaputra in India e Bangladesh e il lunghissimo Fiume Giallo in Cina, ma anche il Po, la cui foce è sprofondata di 3,7 metri nel corso dell'ultimo secolo.

Per la loro analisi gli esperti si sono serviti dei dati raccolti da diverse missioni spaziali, la Shuttle radar topography mission, l'Endevour e la Modis, Moderate resolution imaging spectroradiometers. Combinando queste rivelazioni con misure storiche dei livelli dei mari e delle coste, gli scienziati hanno scoperto che in alcuni casi i delta dei fiumi sono sprofondati anche di 15 centimetri in pochi anni, causando un innalzamento del livello delle acque costiere molto maggiore di quello prodotto dal riscaldamento globale (dagli 1,8 ai 3 millimetri per anno). 

Secondo lo studio le cause di questo fenomeno vanno ricercate in quelle che gli scienziati definiscono “attività antropiche”, ossia gli interventi dell'uomo volti a modificare il corso dei fiumi e il territorio che li ospita. Dighe, canali, deviazioni dei corsi d'acqua, prelievi di sabbia, terra e materiali che bloccano a monte i detriti impedendo la loro discesa a valle e la ricostituzione delle zone costiere, soggette a una naturale erosione. «

Gli equilibri ambientali sono dinamici nel tempo e nello spazio», spiega il geologo Riccardo Caniparoli. «Quando si progettano degli interventi che vanno a incidere sull'alveo di un fiume e sugli equilibri delle regione circostante si usano o modelli fisici o matematici. Entrambi però hanno dei limiti: nel primo caso non è possibile realizzare dei modelli in scala uno a uno per capire esattamente cosa accadrà, mentre con i secondi non è possibile prevedere esattamente tutte le variabili che possono intervenire. Questo rende impossibile prevedere con esattezza cosa accadrà nel lungo periodo». Secondo lo studio della University of Colorado, se la situazione dovesse rimanere immutata, entro poche decine di anni il livello del mare lungo molte linee di costa salirà di decine di centimetri, provocando inondazioni e sommersioni.

Qualcuno ha proposto di compensare l'erosione costiera prendendo la terra dal fondo marino e utilizzandola per compensare quella non più trasportata dai fiumi. «Questa potrebbe essere in alcuni casi una soluzione, anche se bisogna tener conto che non sempre è praticabile e che comporta certamente un dispendio notevole di energia», sottolinea l'esperto. «L'unica vera soluzione è in realtà quella di rinaturalizzare alvei e corsi d'acqua, eliminando le attività antropiche. La natura tende a raggiungere un suo equilibrio e non si deve ostacolare questo processo attraverso gli interventi dell'uomo, altrimenti le conseguenze possono essere catastrofiche». 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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