Terremoto nello Stato

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Angelo Venti
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ABRUZZO la prima volta il prefetto de L’Aquila ammette le infiltrazioni criminali nella ricostruzione. Emergono intanto i conflitti di attribuzioni tra Protezione civile e lo stesso palazzo del governo. Finora nascosti dall’emergenza.

Le infiltrazioni criminali nel post terremoto sono un rischio reale. A dichiararlo ufficialmente, per la prima volta, è il prefetto di L’Aquila, Franco Gabrielli, nel corso di una conferenza stampa “ristretta”, cui sono stati invitati solo i tre quotidiani regionali. «Abbiamo ritenuto che vi siano indizi di possibili infiltrazioni della criminalità organizzata siciliana», ha dichiarato Gabrielli, annunciando la revoca del certificato antimafia alla “Impresa Di Marco srl” di Carsoli (Aq), la ditta impegnata nel movimento terra in diversi cantieri del piano C.a.s.e.
 
«Si è trattato di una misura preventiva e non giudiziaria», ha specificato il prefetto. Il certificato antimafia è stato negato anche a una seconda società, ritenuta vicina «agli ambienti della criminalità organizzata campana». Gabrielli non fa nomi, ma dovrebbe trattarsi della “Fontana costruzioni”, a cui il certificato è stato negato dalla prefettura di Caserta. Gabrielli non ha fornito cifre, ma gli accertamenti fatti o da fare sulle ditte sarebbero oltre 300. Tra questi quello sulla Igc di Gela a cui, in un primo momento, Caltanissetta aveva negato il certificato, in quanto il titolare era stato chiamato in causa da due pentiti, anche se poi non ha avuto alcuna conseguenza penale.
 
La ditta siciliana - oggetto a luglio di una interrogazione presentata dall’on. Giuseppe Lumia e che è al centro anche di un’altra indagine della Guardi di finanza - lavora presso il cantiere di Bazzano, in Ati (associazione tempotanea di imprese) con una grossa azienda di Poggio Picenze, che ha appalti per decine di milioni di euro per la fornitura di pilastri in acciaio e isolatori sismici. Perché Gabrielli ha invitato solo i quotidiani locali e si è concentrato solo sul caso Di Marco non è del tutto chiaro, ritorna però alla mente un’altra conferenza stampa, anche quella irrituale, in cui lo stesso prefetto difese l’Impresa Di Marco fino a dichiarare che «i controlli in corso avrebbero avuto, nel giro di pochi giorni, sicuramente esito negativo».
 
Come si è visto, le cose sono andate diversamente. A denunciare la presenza della Di Marco a Bazzano, il cantiere simbolo della ricostruzione, fu per prima la nostra testata. Pur non essendo coinvolto in alcuna inchiesta di mafia, il titolare Dante Di Marco figurava nella “Marsica plastica srl”, società di cui facevano parte anche Giuseppe Italiano (il nome del fratello figurava nei pizzini di Provenzano), Roberto Mangano (avvocato di Ciancimino), Ermelinda Di Stefano (moglie di Gianni Lapis) e Achille Ricci, uno degli imprenditori tagliacozzani arrestati, insieme a Nino Zangari e Augusto Ricci, nell’operazione “Alba d’oro” del marzo scorso. Il caso Alba d’oro fu definito dagli stessi inquirenti come «il primo caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo».
 
Imbarazzo del prefetto, quindi. Non è da escludere che, dopo il caos generato dalla Protezione civile nell’emergenza terremoto, stiano invece venendo al pettine tutti i conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato che finora sono rimasti sopiti in nome dell’emergenza. Come quello tra la Dicomac - il nebuloso Dipartimento di comando e controllo creato per l’occasione dalla Protezione civile - e la Prefettura. A quest’ultima spetterebbe il coordinamento dell’emergenza in tutta la provincia, ma è stata scavalcata nelle sue funzioni dalla stessa Dicomac ed esautorata di buona parte dei suoi poteri.
 
Forse non è un caso, quindi, che il Prefetto abbia dichiarato «che tutte le informazioni vengono girate in tempo reale alle forze dell’ordine, alla Direzione nazionale antimafia e alla Procura di L’Aquila. - Precisando, infine, che il provvedimento di revoca - è stato notificato anche alla “Stazione appaltante”, cioè alla Protezione civile, che dovrebbe tenerne conto per le valutazioni conclusive».