Tre giorni senza aiuti

Angelo Venti
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ABRUZZO Lo smantellamento di piazza d’Armi ha avuto una drammatica appendice. Quaranta residenti si sono rifiutati di abbandonare le tende perché spediti in luoghi troppo lontani. In risposta, la Protezione civile li ha abbandonati.

Dopo mesi di spot televisivi e di effetti speciali messi in campo da governo e Protezione civile, gli sfollati abruzzesi cominciano a risvegliarsi dal sogno e a rendersi conto dell’incubo in cui sono stati cacciati. E con la presa di coscienza, seppur ancora in forme confuse e spontaneistiche, si cominciano a registrare i primi segnali di reazione. Ad accendere la miccia sono gli sfollati a cui, dopo oltre 5 mesi di vita in tenda e ben tre censimenti dalla Protezione civile, è stata annunciata la chiusura delle tendopoli. Il problema è che le nuove case promesse non sono ancora pronte e comunque ormai ci si rende conto che sono sufficienti solo per una minima parte dei terremotati, mentre la ricostruzione non solo non è avviata, ma persino le macerie non sono state ancora rimosse. Intanto l’estate è finita e i primi freddi dell’inverno sono già iniziati.
 
Ad angosciare gli sfollati è l’assenza di prospettive. Il primo campanello di allarme è scattato con lo smantellamento della tendopoli di piazza D’Armi. I residenti, in barba a qualsiasi graduatoria risultante dai censimenti, sono stati trasferiti nella Scuola della Guardia di finanza a Coppito molti, però, sono stati spediti in alberghi di luoghi molto lontani, come Ovindoli, Avezzano, Sulmona, Teramo. Una quarantina di persone si sono rifiutate di abbandonare le tende e la Protezione civile li ha abbandonati senza rifornimenti e alcun tipo di servizio e assistenza. L’episodio di piazza d’Armi ha reso evidente a tutti le reali intenzioni della Protezione civile. Nella tendopoli del Globo, la seconda della lista dei campi da smantellare, si stanno organizzando per opporsi a quella che denunciano come una deportazione in luoghi lontani da quelli di residenza.
 
Hanno prodotto così un documento con le prime rivendicazioni: conoscere almeno 15 giorni prima la data di chiusura del campo, la destinazione di ciascuno e la durata della sistemazione momentanea; misure concrete per la ricostruzione e il rilancio economico; discutere la situazione creatasi con i rappresentanti delle istituzioni e della Protezione. Avvertono poi le autorità competenti che non permetteranno che alcun residente del campo venga trasferito fuori dal territorio di residenza e, infine, invitano tutti gli altri campi ad assumere la loro stessa posizione con un vero e proprio patto di mutuo soccorso. L’appello è stato subito raccolto dai campi di Paganica che lo hanno rilanciato con un volantino con cui si chiede anche l’installazione di Case mobili e Moduli abitativi provvisori.
 
Contemporaneamente, la Protezione civile ha reagito con la distribuzione dei moduli di un nuovo censimento, il terzo, in cui si chiede agli sfollati di scegliere entro 24 ore tra sistemazione in albergo, autonoma sistemazione, affitto o altro. Ancora una volta, però, non si specificano i luoghi di destinazione e per quanto tempo dovrà durare tale sistemazione. Nel campo allestito presso la Italtel si registra un altro clamoroso episodio di reazione. A metterlo in atto è Pina Lauria, che già nei mesi scorsi aveva denunciato la presenza nella tendopoli di un membro della Protezione civile che circolava con un tesserino con scritto su “Io sono Hitler”.
 
La donna aveva fatto notare a più riprese che lavora a L’Aquila, che non ha l’auto e che deve occuparsi anche degli anziani genitori. Quando gli è stato comunicato che la nuova sistemazione era in un albergo a Castellafiume, un piccolo Comune nella Valle Roveto posto a oltre 70 chilometri dal capoluogo, ha messo in atto la sua protesta solitaria. è rientrata nella sua abitazione vicino piazza d’Armi, si è barricata e ha chiesto di parlare con la Protezione civile, che non si è presentata. Sono accorsi però Vigili del fuoco e Forze dell’ordine, che hanno invitato i giornalisti a non filmare «per non alimentare il diffondersi di episodi di questo genere».

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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