«Rispettare le leggi della natura. Unica strada per evitare tragedie»

Valerio Ceva Grimaldi

INTERVISTA Il geologo Riccardo Caniparoli individua negli abusi edilizi e nell’eccessiva impermeabilizzazione del suolo le principali cause del dissesto idrogeologico. «Servono più risorse e tanti alberi per prevenire ulteriori pericoli».

La catastrofe naturale non esiste. Bisogna parlare di eventi naturali. Diventano catastrofi per l’ignoranza e l’arroganza dell’uomo moderno». Riccardo Caniparoli, geologo, esperto di dissesto idrogeologico, membro di un tavolo tecnico del ministero dell’Ambiente e docente di Valutazione di impatto ambientale, commenta la tragedia di Messina individuando i problemi del territorio nell’eccessiva impermeabilizzazione e nella conseguente velocità dell’acqua durante le piogge.
 
E fornendo numeri che rendono al meglio l’idea. «Se costruisco un parcheggio di 10mila metri quadra-ti, e su questa superficie cade un evento piovoso abbondante, e non infrequente, con 20 litri d’acqua per ogni mq in 10 minuti, questa pioggia si trasforma in una bomba d’acqua. In questo caso le fogne, infatti, vengono invase da 220 litri di acqua ogni 10 minuti. Ed è chiaro che così non reggono.
 
 
Quali sono le operazioni più distruttive per l’ambiente?
In Italia c’è un mare di abusi. Che vanno fermati. Si è costruito troppo, male e senza pianificazione. Sono stati cementificati gli argini e tombati gli alvei di scolo delle acque. Operazione, quest’ultima, che solo da poco è vietata. Ma gli abusi vengono attuati anche dalle pubbliche amministrazioni. Le opere devono essere pianificate correttamente rispettando in primis le leggi della natura. Ma spesso sono gli stessi piani urbanistici a non farlo.
 
 
Con quali conseguenze?
Cementificare un argine significa favorire l’aumento della velocità dell’acqua verso valle. E poiché la capacità distruttiva dell’acqua è funzione della sua velocità, se il territorio è impermeabilizzato la massa idrica non incontra alcun freno. Quindi, quando l’acqua arriva a valle si è caricata di un’energia tale che diventa distruttiva. Così si pongono le condizioni per nuove tragedie.
 
 
Cosa bisognerebbe fare?
Investire, in termini di risorse e professionalità, su una gestione corretta del territorio per costruire opere che siano compatibili con la zona dove verranno edificate. La natura segue i suoi equilibri che sono dinamici nel tempo e nello spazio. Se l’uomo modifica un fattore, quest’equilibrio si altera. E si potrebbe creare un rigetto alla stessa opera che sto andando a realizzare. Se si programma il ridisegno di una città, le nuove zone urbane devono essere disegnate in funzione degli equilibri naturali e la capacità di carico di un territorio dell’attività antropica. Non secondo le esigenze dell’uomo.
 
 
Una misura attuabile subito?
Bisogna piantare alberi, tanti alberi. Queste piante hanno una doppia funzione: assorbono l’acqua e ne rallentano la velocità al suolo. La superficie sviluppata dalle foglie di un albero di fusto medio-alto equivale a un’impermeabilizzazione di quasi 5.000 mq.
 
 
In Parlamento giace una proposta di legge per introdurre il rito direttissimo per gli abusi edilizi. Potrebbe essere utile?
Sì. E si potrebbe anche chiedere alle società di telefonia, della luce, del gas, di pagare una tassa per l’occupazione di suolo quando costruiscono i sottoservizi. Perché se si deve passare attraverso una proprietà di un privato bisogna pagarlo e quando si usa il sottosuolo pubblico no? Questi fondi potrebbero essere interamente utilizzati per la manutenzione del patrimonio pubblico e del territorio.
 
 
Quali zone sono più a rischio?
Ce ne sono molte. Cito Sarno, dove nonostante le opere realizzate c’è pericolo a valle; a Reggio Calabria hanno cementificato i corsi d’acqua; a Napoli interi palazzi sono costruiti su grotte piene di lesioni. E a Carrara, dopo l’alluvione del 2003, sono state fatte opere di mitigazione del fiume inadeguate.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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