Al Qaeda rivendica l’attentato in Iraq ma Kabul resta la priorità Usa

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Annalena Di Giovanni
MEDIO ORIENTE. La rete terroristica dichiara di aver provocato le due esplosioni nel centro di Baghdad che domenica scorsa hanno ucciso 155 persone. Nel Paese del Golfo si avverte l’abbandono di Washington che punta tutto sull’Afghanistan.

Iraq sta precipitando di nuovo nel caos. Al Qaeda ha rivendicato l’attacco di domenica scorsa che ha provocato oltre 155 morti. Il premier iracheno ha temuto persino di presenziare alle esequie pubbliche delle vittime, il governo è spaccato su una legge elettorale che garantisca più trasparenza e sull’autonomia delle province curde. È questo l’Iraq “pacificato”, dal quale gli Stati Uniti vogliono scappare. Dopo gli attentati di domenica a Baghdad le preoccupazioni di Washington non si sono spostate dall’Afghanistan. L’attentato al ministero di Giustizia rischia così di non trovare i suoi responsabili. È stato il quotidiano indipendente al Quds al Arabi il più chiaro nell’individuare un filo rosso fra la tecnica dell’attentato di domenica e altri episodi firmati dal jihad globale. Due veicoli imbottiti di esplosivo che percorrono la strada prospiciente il ministero: come a Nairobi e Dar AsSalam nel 1998, come Khobar e Islamabad nel 1996.
 
L’impronta di al Qaeda, che ha rivendicato ieri l’attacco, era già chiara da domenica. Forse, è stato proprio uno di quei “Movimenti del risveglio” che dovevano sgominare la rete di seguaci di Bin Laden. Occorre fare un passo indietro e ricordare da quale complessa situazione di insicurezza interna l’Iraq stia tentando di uscire. Rammentare, ad esempio, di come i jihadisti si siano impiantati con successo nel Paese del petrolio all’indomani dell’invasione Usa. C’è voluta la miopia dell’amministrazione militare americana per fare la fortuna di al Qaeda in Iraq: per prima cosa, Washington ha smantellato l’esercito iracheno, mandando in strada circa 400mila reclute, per lo più sunnite. Poi, ha totalmente escluso i sunniti dal potere, relegando il governo provvisorio (e poi quello eletto in seguito alle elezioni del 2005) agli sciiti.
 
Questi ultimi, tagliati fuori dal potere per decenni, hanno rapidamente preso il controllo delle istituzioni e delle strade del Paese, aiutati dai paramilitari - le cosiddette milizie al Badr - giunti dall’Iran e gestiti dal nuovo ministero degli Interni iracheno. Tanto è bastato perché, nella rovina della guerra, l’unica fonte di guadagno e vendetta per migliaia di sunniti disoccupati diventasse sposare un’ideologia estrema che fa della guerra contro gli sciiti un principio di fede. Nel caos della situazione, l’Iraq era ormai un territorio ormai fuori da ogni controllo che ospitava zeloti di ogni origine: sauditi, algerini, giordani, ceceni, afgani, e persino plotoni di Hezbollah libanesi venuti ad addestrarsi. Non c’è stato che l’imbarazzo della scelta. Inutile sperare che alla leadership di Baghdad venisse lasciato il tempo di avviare un qualsiasi esperimento democratico: il tempo era poco per mettere mano sulle risorse irachene. Per dirla come qualche senatore americano: «Dopo tutto quello che abbiamo perso, adesso l’Iraq ci deve il petrolio».
 
Di qui, la prima soluzione a breve termine messa a punto dai marines per sedare il caos e sgominare al Qaeda: armare e pagare i leader tribali sunniti. Proprio quelli che avevano offerto assistenza ai jihadisti venuti da fuori, in nome della guerra contro il governo sciita e le sue milizie. È stato così che i “Movimenti del risveglio”, circa 54mila uomini venuti dai clan sunniti, si sono aggiunti al caos di gruppi armati che regolano i conti in Iraq: l’esercito addestrato dagli americani, le milizie sciite vicine al partito al governo, e infine le tribù fuoriuscite o ostili ad al Qaeda. Va da sé che ci è voluto poco perché la coalizione militare guidata dal generale Raymond Odierno decidesse di scaricare (ottobre 2008) sul governo iracheno l’incombenza di pagare regolarmente le tribù dei “Movimenti del risveglio”, lo stesso governo che ha più volte annunciato di voler smantella re il movimento. E che, ritrovatisi a tasche vuote, gli stessi miliziani delle tribù abbiano dovuto inghiottire l’ulteriore boccone amaro di perdere terreno politico: le elezioni provinciali non sono andate affatto bene per loro.
 
Da lì la minaccia, da parte delle tribù, di «mettere a ferro e fuoco le strade irachene». È stata diffusa poche settimane prima che due veicoli percorressero Haifa street, a Baghdad, esplodendo nei pressi del ministero della Giustizia e facendo più di 155 morti. Tutto questo mentre un’altra “creatura” dell’occupazione militare americana, i clan curdi attualmente al potere nel Nord del Paese, stanno cercando di profittare del conflitto esploso nella provincia di Ninive, la più composita delle regioni irachene. Ma a un passo dal ritiro, e rimasti a bocca asciutta sul petrolio, i marines ormai guardano solo all’Afghanistan. Alle loro spalle, un Paese in cui un attentato da 155 vittime e la rinascita dei movimenti vicini ad al Qaeda non sono più un problema americano. L’Iraq, che si butti pure via.