Antirazzismo, a Roma va in Onda la protesta multiculturale
CRONACA. Migranti con il sindacato, gli universitari e qualche reduce del vecchio ceto politico. Tutti insieme a formare un serpentone di donne e uomini che chiedono la fine della nuova subcultura razziale imposta da Berlusconi.
«M a quanti siamo?». «Non saprei, sono qui da un’ora e la gente continua a sfilarmi davanti agli occhi». I due giovani sono increduli. Felici. Lo stesso entusiasmo si respira nella manifestazione che è partecipata, colorata e, soprattutto, superiore a ogni aspettativa. «Siamo 200mila», urla dal palco il comitato 17 ottobre, promotore dell’iniziativa, «abbiamo vinto la scommessa». A vent’anni dal primo grande corteo antirazzista che si tenne a Roma dopo l’uccisione del giovane rifugiato sudafricano Jerry Masslo. Già dalla mattina arrivano nella Capitale pullman e treni speciali. Tanta è la voglia di far sentire la propria voce contro la xenofobia. Ad aprire, lo striscione “No al razzismo, al reato di clandestinità e al pacchetto sicurezza”.
Vicino c’è Tammaro, un pensionato di Napoli. è vestito da Gesù, indossa una tunica bianca, una corona di spine e ha la fronte pitturata, al collo un cartello con scritto “Mi hanno odiato senza motivo”: «Voglio esprimere la sofferenza di Cristo e la sua compassione verso gli stranieri », spiega ai cronisti incuriositi. Ma oltre al folklore, al corteo c’è molta “incazzatura”. I migranti portano in piazza le loro storie fatte di quotidiane ingiustizie. Zafu, un’eritrea, denuncia episodi di caporalato nella “sua” Puglia: «Maroni, Berlusconi, venite voi a raccogliere i pomodori », dice. Pur vivendo da anni in Italia è senza il permesso di soggiorno e chiede una «sanatoria per tutti». Ora, con il reato di clandestinità introdotto dal pacchetto sicurezza, ha paura.
Molta paura. Mentre parliamo con lei, un gruppo di giovani dei centri sociali attacca sui muri dell’Esquilino, quartiere multiculturale per eccellenza, i manifesti “A Roma c’è un lager, chiudiamo il Cie di Ponte Galeria”. Anche quello di Gradisca viene preso di mira da una delegazione di migranti provenienti dal Nordest. Sono migliaia. Il gruppo più folto assieme a quello di Caserta, tra i primissimi promotori della manifestazione. Espongono le foto dei loro “fratelli” uccisi l’anno scorso a Castel Volturno e portano lo striscione “No alla camorra”. Assieme agli “stranieri” sfila il popolo antirazzista italiano. Associazioni (quasi 500 hanno aderito), sindacati e i partiti della sinistra. «Oggi c’è stata una ribellione delle coscienze contro la notte notte della nostra democrazia, contro il razzismo, l’omofobia, l’intolleranza che sembrano essere stati sdoganati nella società anche per il linguaggio delle elites di dirigenti», dice Nichi Vendola.
Al suo fianco camminano altri leader, tra cui Paolo Ferrero che parla di «un governo che sta alimentando la guerra tra poveri» e Dario Franceschini: «Questa mobilitazione è una bella prova di solidarietà, segno dell’esistenza di una coscienza civile in questo Paese». Presente il mondo degli intellettuali. Per Dario Fo: «L’Italia sta perdendo il suo Dna, quello di saper aiutare la gente che si trova in difficoltà». Arci e Cgil fanno in piazza la parte da leone, i loro spezzoni sono enormi. Molto grande anche quello degli “studenti e migranti in Onda”. Una componente “meticcia” partita in corteo dalla Sapienza «per creare un’unione tra le due figure sociali più sfruttate dal nuovo mercato del lavoro». Hanno piccoli canotti gonfiabili con scritte come “Maroni sui gommoni” e “No ai respingimenti”.
Altri espongono il santino di “San Papier, protettore dei clandestini”. Non c’è un momento di silenzio. La manifestazione è vivace e colorata. I kurdi si scatenano in balli tradizionali. Il camion di “Yo emigro” invece “pompa” musica più moderna. Dietro, lo spezzone dei movimenti per la casa. Tra loro molti migranti. «In Italia manca una politica sull’integrazione », esclama Pablo, un argentino che vive proprio in un’abitazione occupata, «non ci lasciano altra scelta». C’è anche l’Arcigay. Tra loro Aurelio Mancuso: «Razzismo e omofobia hanno la stessa radice», denunciando una «deriva xenofoba causata dalla scomparsa della sinistra che non sa più controbattere culturalmente». Ieri, forse, un primo segnale di risveglio.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







