Cetraro: il caso è aperto
NAVI DEI VELENI. La chiusura della vicenda Cunski potrebbe far calare l’attenzione sulle imbarcazioni cariche di materiali tossici e fatte affondare. Ora, bisogna andarne a cercare una in più. A cominciare dalla Rigel al largo di Capo Spartivento.
Quella nave laggiù in fondo non è la Cunski. Il caso è chiuso e gli abitanti calabresi possono tirare un sospiro di sollievo, così come il governo e il ministro Prestigiacomo. Ma in questo Paese scriteriato i rischi sono sempre in agguato: uno su tutti, quello che le indagini sulle navi dei veleni, 55 in totale sparse nelle acque italiane, cali il sipario da parte di inquirenti, istituzioni e media. Magari facendo passare l’idea che assieme al piroscafo affondato cento anni fa a Cetrara sia sommerso anche il tormentone “navi a perdere”. «Il fatto che quella imbarcazione non sia la Cunski trasmette ancora più ansia - spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente -. Perché se avessimo trovato una delle navi dei veleni, ora ne avremmo una in meno da cercare. E saremmo stati tutti più sollevati.
Ora è come se dovessimo ricominciare tutto da capo». Perché le navi affondate in maniera fraudolenta e contenenti materiali sospetti ci sono e lo hanno confermato in tanti, di orientamento politico diverso, di destra e di sinistra, nel corso delle ultime settimane. Lo dicono le sentenze della Cassazione, lo ha detto durante l’audizione al Comitato per la sicurezza dello Stato Bruno Bianciforte, l’ammiraglio responsabile dei servizi segreti militari, lo dice lo stesso sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia che ha chiesto le dimissioni dell’assessore della Regione Calabria Silvio Greco, lo dice la commissione parlamentare sul Ciclo dei rifiuti presieduta da Paolo Russo. Fonti autorevoli e istituzionali su cui rischia di calare il silenzio dopo la lapidaria frase «Il caso è chiuso» pronunciata dal procuratore Antimafia Pietro Grasso alla fine della vicenda Cetraro. «Parafrasandolo, direi che il caso è aperto - sottolinea Venneri -. Mi sembra che ci sia gente desiderosa di archiviare velocemente la questione “navi a perdere”.
Tante polemiche e strumentalizzazioni politiche rischiano di far perdere forza alla gravità della presenza delle navi sicuramente affondate. A cominciare dalla Rigel, della cui posizione, al largo di Capo Spartivento, conosciamo le coordinate esatte ma nessuno è andato veramente a cercarla. La stessa vicenda Cetraro è piena di zone d’ombra e non va considerata conclusa. Qualcuno deve spiegare perché la capitaneria di porto abbia decretato il divieto di pesca nel 2007 a causa di sostanze inquinanti presenti in quelle acque. Nessuno ha mai spiegato da dove provenissero». Lo stesso assessore Greco, colui che ha lanciato l’allarme, chiede maggiore trasparenza. Oltre a quel divieto di pesca tanto misterioso, ribadisce come sia lui che il procuratore di Paola, Bruno Giordano, abbiano nel tempo sollecitato e posto domande per le quali una risposta sollecita e motivata è sempre stata un miraggio.
«Il procuratore Giordano ha chiesto più volte alla marina militare se nelle acque di Cetraro ci fossero relitti bellici affondati - racconta Greco - ma gli è stato sempre detto di no. La cosa strana è che in quell’area è stato anche posto il segreto di Stato. Io mi sono mosso solo dopo fine indagine e in conseguenza ai tanti problemi che abbiamo rilevato. Da metà giugno, quando ho informato il governo, il ministro Prestigiacomo e il capo della Protezione civile, solo ora abbiamo ottenuto una risposta che fa piacere a tutti noi. Se si fossero mossi prima, avremmo evitato preoccupazio-ni inutili. Mi piacerebbe, però, avere un minimo dato scientifico sulla questione. Sapere che tipo di campionamento è stato fatto e dove si trovano i campioni prelevati, ad esempio. Solo per curiosità accademica. Anche perché il tecnico Arpacal è potuto rimanere sulla nave Mare Oceano solo quattro ore senza poter vedere i filmati». Poca collaborazione, presunzione, scarsa tempestività e nessuna chiarezza: ecco la risposta del governo. E ci auguriamo che non sia la stessa per le 55 navi ancora da trovare.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







